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Archive for marzo 2018

 

Avete mai sentito parlare del “BIGLIETTO POSTALE”.
È un pochino come l’AEROGRAMMA… solo che dovrebbe essere ad uso interno. Fanno parte tutt’e due dei cosiddetti Interi Postali assieme alle Cartoline Postali che tutti conoscono.

UN AEROGRAMMA DELLE POSTE SVEDESI

Sono tutti oggetti preaffrancati. Salvo eccezioni, la maggior parte dei Biglietti Postali, almeno in Italia, sono affrancati per l’interno.

Ero in Liguria e ne ho trovato uno abbastanza mal messo, ma non viaggiato. Ho deciso di spedirmelo in Svizzera, tanto per fargli fare il suo lavoro… viaggiare.

L’affrancatura non era però sufficiente per l’estero. Infatti 700 delle vecchie lire andavano bene nel 1992 ma solo per l’Italia. Oggi, per la Svizzera ci vuole 1 Euro, e, se 700 lire sono pari a € 0.36, avrei dovuto aggiungere francobolli per € 0.64.

Le poste però non vendono più francobolli, e, se li vendono, non vi daranno mai francobolli per un tale importo… perché non li hanno più di tutti i tagli.

Decido quindi di imbucarlo così com’è. Dove l’imbuco?

L’imbuco a Sanremo. Sì, perché mi trovo per caso a Sanremo, proprio il giorno di San Valentino, ma non per incontrare un qualche amore, e neppure per “incontrare” il Festival… sì, perché grazie al Festival tutti sanno che esiste Sanremo… qualche settimana all’anno… ma non sanno che è quasi alla fine della Liguria e che per arrivarci, o si pagano molti soldi sull’Autostrada dei Fiori, o si prende il treno… che sicuramente negli anni trenta era più puntuale e confortevole… ma anche negli anni settanta.

Andiamo con ordine.

Questo è l’oggetto che ho spedito… mal fotografato, ma senza timbro a cui ho tolto l’indirizzo altrimenti chi lo legge viene preso dal desiderio di scrivermi:

BIGLIETTO POSTALE DELLE POSTE ITALIANE

L’OGGETTO POSTALE È STATO INTRODOTTO IN QUESTA BUCA.

Questo oggetto che vorrebbe commemorare Galileo Galilei è stato imbucato in questa oscena buca. Oscena perché, quasi quasi, nell’andare a introdurre l’oggetto nell’apposita feritoia dove sta scritto PER TUTTE LE ALTRE DESTINAZIONI, s’ha paura di sporcarsi e si viene assaliti dal dubbio se qualcuno lo raccoglierà. Infatti, se la guardiamo proprio bene, anche se è nella media delle buche della Repubblica, ci accorgiamo che è sporca e che sembra diventato il ricettacolo di tutto ciò che di piccole dimensioni può essere appiccicato.

Prima d’imbucarlo l’ho fotografato… perché poco convinto del recapito.

Ma dov’era la Buca che vi ho mostrato? All’esterno della vecchia stazione ferroviaria di Sanremo.

LA VECCHIA STAZIONE FERROVIARIA DI SANREMO IN UNA FOTO DEL 2013.

Vecchia perché dal 2001 la stazione ferroviaria di Sanremo è in galleria. Due semplici binari, uno, quello che va verso Genova e che sbuca dalla galleria a Taggia, e l’altro che va verso Ventimiglia e che sbuca a Ospedaletti. Prima la ferrovia attraversava il centro cittadino ed era a binario unico e passava vicino al mare. Il raddoppio giunse dapprima fino ad Imperia Porto Maurizio, recentemente c’è stato un prolungamento verso Genova oltre Diano Marina.

La vecchia stazione è rimasta, e, al posto dei binari hanno trovato posto le automobili posteggiate e una pista ciclabile.

È interessante come sull’altro lato, diciamo sul lato dove prima c’erano i binari e passavano i treni, è rimasto tutto abbastanza come prima. Naturalmente non ci sono più i binari, ma c’è l’asfalto con la segnaletica orizzontale per le auto; c’è ancora, almeno nel 2013, dopo dodici anni senza treni, il cartello delle ferrovie SANREMO.

Sembra quasi che debba arrivare un treno da un momento all’altro.

LA STAZIONE DI SANREMO LATO BINARI IN UNA FOTO DEL 2013.

Torniamo al Biglietto postale imbucato il 14 febbraio. È arrivato, tranquillamente come l’attuale posta ordinaria delle Poste Italiane; è giunto in casa mia il 26 febbraio 2018; ha impiegato solo 12 giorni.

COSÌ È ARRIVATO IL BIGLIETTO POSTALE

Diciamo che avrebbe potuto arrivare un po’ prima… ma l’ho avuto in mie mani dopo averlo spedito con un’affrancatura insufficiente, per cui, secondo le regole internazionali, le poste italiane avrebbero dovuto segnalarlo ed io avrei dovuto pagare al postino, il doppio di quello che mancava. Inoltre, il timbro è piuttosto brutto e, a mala pena si legge la data e, stranamente, è stato obliterato a Genova e non a Torino… come fanno ultimamente le poste.

PARTICOLARE DEL FRANCOBOLLO E DEL TIMBRO

Si riesce a vedere che è stato timbrato il giorno dopo… e dispiace il fatto che le poste non abbiano alcuna considerazione per chi colleziona francobolli… che fra l’altro vengono pagati (i francobolli)… e rimangono sempre di proprietà del mittente e, in un secondo tempo, del destinatario.

Contemporaneamente al biglietto postale, imbucai una lettera affrancata con un foglietto… chiaramente filatelico, e quindi degno di rispetto:

FOGLIETTO DEL 2017 – 70° ANNIVERSARIO DELLA COSTITUZIONE

Me l’inviai FERMO POSTA a Lugano perché il timbro d’arrivo sul retro della busta avrebbe potuto documentare i tempi del “viaggio”. Arrivò il 23 febbraio.

TIMBRO D’ARRIVO DELLA LETTERA.

TIMBRO D’ARRIVO DELLA LETTERA.

Contrariamente a quanto accaduto al BIGLIETTO POSTALE, la lettera fu timbrata a TORINO… anche se in modo, oserei dire pedestre, o meglio con somma maleducazione essendo il francobollo chiaramente filatelico. Non si riesce neppure a leggere la data dell’obliterazione. Ho ingrandito il timbro per provare a leggere la data… impossibile:

 

IL TIMBRO INGRANDITO

 

 Le Poste sono un servizio pubblico che, come tale, dovrebbe essere al servizio del cittadino. La prima cosa che si potrebbe pretendere dovrebbe essere il rispetto. Se pocanzi ho utilizzato il termine maleducazione, mi sembra che possa andare bene nei riguardi del singolo individuo che tratta più o meno pedestremente un oggetto di corrispondenza, ma se trovo il termine mancanza di rispetto, posso intenderlo nei riguardi di chi organizza il servizio e permette che un oggetto privato e riservato come una lettera possa impiegare un tempo così lungo per essere consegnato al destinatario. E poi bisogna anche considerare che il costo del francobollo è una tassa che sottintende la consegna dell’oggetto in tempi ragionevoli… cosa che, da un po’ di tempo, non accade più con le Poste Italiane. Nove giorni sono un po’ tanti e dimostrano un pessimo servizio. Ma non è un caso isolato, perché, negli ultimi mesi ho raccolto alcune lettere partite dall’Italia e arrivate più o meno rispettando gli stessi “miserabili” tempi.

Siamo a Sanremo, la città del Festival, del Casinò (uno dei 4 italiani) e… dei fiori. Sì proprio i fiori; quei fiori che permisero di nominare quella zona costiera d’Italia Riviera dei Fiori… così bene per cui il famoso treno BASILEA – NIZZA si chiamava “RIVIERA DEI FIORI”. Si potrebbe continuare all’infinito a parlare di Sanremo e dei fiori. Sanremo e dintorni rifornivano di fiori mezza Europa; le serre fiorite dell’estrema Riviera di Ponente rifornivano di colori, fra l’altro, la sala del Concerto di Capodanno di Vienna…

Oggi, se venite un po’ in Ticino, quella parte di Svizzera dove sono in molti a parlare il vero dialetto lombardo, potrete vedere frequentemente il Camion olandese che rifornisce di fiori tutti i rivenditori. I fiori di Sanremo dove sono andati a finire? Sanremo rimane però forse, un tempo lo era, la città italiana con la maggior densità di veicoli a due ruote… sembra essere l’unico mezzo utile per spostarsi celermente.

UNA STRADA DI SANREMO CON VEICOLI A DUE RUOTE

Una missiva ricevuta recentemente, sempre dalla Liguria di Ponente, impiegò 9 giorni per essere consegnata.

OBLITERATA A TORINO… ha impiegato 9 giorni ad arrivare!

Questa lettera era commerciale e conteneva delle notizie di una certa importanza. Ora, mi sembra logico poter arrivare a chiedersi: “Perché le Poste Italiane accantonano la corrispondenza e la distribuiscono così lentamente e così in ritardo?” La risposta potrebbe essere semplice: “Perché non utilizzi la Posta Prioritaria?

Giusto; usiamo la posta prioritaria… ma a prezzi ragionevoli.

Infatti, mi sembra che, spendere € 2.80 per spedire una lettera non urgente sia sbagliato… ma la lettera non urgente non arriva più in tempi ragionevoli.

Nel 1939 la mia Famiglia ricevette una cartolina, combinazione da Lugano. Dato che a quei tempi le poste avevano il desiderio di essere oneste (almeno nel loro lavoro), e mettevano il timbro d’arrivo, mi è stato possibile verificare che da Lugano a Pegli la cartolina impiegò un giorno.

1939 CARTOLINA DA LUGANO A PEGLI (GENOVA) (1 giorno)

Peccato che il francobollo dell’ESPOSIZIONE NAZIONALE SVIZZERA sia sta appiccicato alla rovescia e quello da 10 centesimi un po’ storto, però i timbri sono ben leggibili e chiaramente dimostrano la durata del viaggio della cartolina.

Ma perché oggi che hanno inventato di tutto non è possibile collegare le invenzioni all’onestà? Non credo che NOVE GIORNI dalla Riviera di Ponente a Lugano sia onesto… specialmente quando è una norma. “Loro”… quelli che non sono riusciti a collegare le invenzioni all’onestà, potrebbero dirmi che, dato che oggi c’è poca corrispondenza, viaggiamo più lentamente e per noi è più difficile essere ragionevoli.

2018 LETTERA DA MONTE CARLO A LUGANO (2 giorni)

Ma, allora perché, sempre rimanendo nell’oggi, una lettera dal Principato di Monaco arriva in DUE giorni? Perché la corrispondenza da Monaco a Lugano è più numerosa?

“No, perché passa dalla Francia e, probabilmente i francesi sono riusciti a fare quel famoso collegamento… almeno in parte.”

Credo che, a questo punto, si possa dedurre che se manca quell’importante collegamento manca quell’onestà che dovrebbe farci pensare a un lavoro serio al servizio della collettività. Non so se si può dire che se le Poste Italiane non fanno bene il loro lavoro rubano… è però a noi consentito pensarlo?

 

POTRÒ IN FUTURO CONTINUARE… E LO FARÒ… SPERO.

Nel frattempo, nell’attesa della Pasqua, dobbiamo continuare a lottare con la presunzione che l’onestà possa avere il sopravvento sull’arroganza di certe autorità. In ogni caso, se pensiamo che valga la pena di essere un poco ottimisti, possiamo andare a Lugano-Viganello… dove?

Che domande!

IN VIA SPERANZA.

 

BUONA PASQUA A TUTTI

 

 

 

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PER FAVORE NON SCRIVERE MI PIACE SE NON L’HAI LETTO TUTTO.

LA RIPRODUZIONE DELL’ARTICOLO È VIETATA

 

I MONFALCONESI

 Registrazione del 2 marzo 2018

 

Personaggi:
Albero Tasso, Alessandro, I Fratelli di Tasso, Panchina Rotonda e Alberone.

 

Albero Tasso: “Buon Giorno Alessandro… come stai?”

ALBERO TASSO SPRUZZATO DI NEVE

Alessandro: “Ho un po’ freddo… sai io preferisco il caldo. Ho voluto salutarti e poterti vedere in abito invernale tutto spruzzato ni neve.”

Tasso: “Ti piaccio? A me piace un po’ di vero fresco che mi lascia quell’umidità a noi vegetali piuttosto importante. Cosa racconti d’interessante?”

IL LIBRO DI STEFANO ZECCHI

 Alessandro: “Nulla di particolare. Ti ricordi che, quando parlammo della città di Fiume, che accennammo al dramma dei Monfalconesi? Avevo letto qualcosa a riguardo. La prima volta che lessi dei Monfalconesi, fu nel libro di STEFANO ZECCHI Rose Bianche a Fiume. Certo che quello è un romanzo, ma, quando ho continuato a documentarmi mi sono reso conto che quello, per molte persone fu un vero dramma e, per il partito di Togliatti una grande sconfitta, nonché un comportamento similcriminale.”

Tasso: “Chissà perché, da quello che so, penso che potresti anche aver ragione. Il comportamento del PCI fu veramente criminale perché abbandonò molte persone, con mogli e figli, alle malvagità del regime di Tito.”

I Fratelli di Tasso: “Prima di tutto… Buon Giorno Alessandro; in secondo luogo, non potreste fare un po’ di ordine? Raccontate le cose come se leggeste un libro giallo cominciando dall’ultima pagina. Avete parlato di questi Monfalconesi senza spiegare se si tratta di Umani o di cioccolatini… potrebbero anche essere dei biscotti provenienti da Monfalcone. Noi sappiamo che a Monfalcone ci sono dei Cantieri Navali molto importanti da dove sono state varate delle navi che hanno lasciato un’impronta nella marineria mondiale, ma non abbiamo capito, se la dizione “Monfalconesi” riguarda Umani di Monfalcone o cioccolatini.”

Alessandro: “Avete ragione… anche voi spruzzati di neve. I Monfalconesi non sono né biscotti e neppure cioccolatini. Ai tempi, 1947, furono menzionati come tali, e piuttosto genericamente, i tecnici e le maestranze italiane che con le loro famiglie e in gran segreto, emigrarono nella novella Jugoslavia di Tito per rimpiazzare chi era stato ammazzato o era fuggito in Italia. Non venivano tutti da Monfalcone, ma credevano tutti nel socialismo dettato dall’Unione Sovietica e nella fratellanza italo-slava. Fu un’emigrazione contro corrente stimolata dalla consapevolezza che il loro contributo avrebbe potuto aiutare la nascita di un socialismo puro a tutto vantaggio non tanto del popolo jugoslavo che consideravano come un loro fratello, quanto di tutta la collettività socialista.”

I FRATELLI DI TASSO SPRUZZATI DI NEVE.

I Fratelli di Tasso: “Ora cominciamo a comprendere. Ma, sono partiti dall’Italia spontaneamente, o c’è stata un’organizzazione particolare?”

Tasso: “Naturalmente ci fu una “Mente” che organizzò tutto. Sì, perché nella Jugoslavia di Tito, dopo lo stallo della guerra, non solo bisognava ricostruire, ma, anche dopo aver eventualmente ricostruito, le industrie senza mano d’opera specializzata rimanevano paralizzate. Questo accadeva non solo per le Industrie di Fiume e i Cantieri Navali di Pola, ma anche per altre industrie in altre zone del Paese.”

I Fratelli di Tasso: “Chi era la Mente a cui alludi? Un Umano d’Italia o un Umano di Jugoslavia?”

Tasso: “In Italia, a tessere le fila con le autorità Jugoslave pare fosse il Partito Comunista Italiano nella persona dell’Umano Pietro Secchia, vice nel partito. Il trasferimento dei Monfalconesi avvenne nel massimo segreto; quelli trasferiti in Jugoslavia furono circa 2000, e tutti volontari, tutti iscritti al PCI e buona parte ex combattenti partigiani nelle file italo-slovene. La loro fede incrollabile vedeva nell’URSS un faro per il futuro del proletariato. E poi, non dimentichiamolo, non si trasferirono solo gli Umani uomini, ma anche molte famiglie.”

Panchina Rotonda: “Vi ho ascoltato e mi sono chiesta dov’è il dramma di cui parla Alessandro; e poi, Alessandro, potresti anche venire a sederti su di me invece di stare lì in piedi. Ti faccio schifo?”

Alessandro: “Hai ragione. Mi siedo, mi siedo e ti ringrazio… sto bene qui.”

Da Wikipedia. PIETRO SECCHIA

 Rotonda: “Come dicevo, non ho capito qual’è il dramma. Loro, quelli che chiamate i Monfalconesi sono andati là e sicuramente, se gli slavi avevano bisogno di loro avranno sicuramente ricevuto anche vitto e alloggio. Dov’è il problema?“

Tasso: Il problema viene dopo, non molto tempo dopo. Cercherò, anche coll’aiuto di Alessandro di fare un po’ di chiarezza. La mano d’opera specializzata di cui il regime comunista di Tito aveva urgente bisogno sarebbe stata “spedita” clandestinamente da accordi fra il PCI e i dirigenti Jugoslavi. Circa 2000 Monfalconesi emigrarono oltre confine, anche con famiglia, e, sempre fedelissimi del PCI, furono alloggiati in confortevoli alloggi e iniziarono di buona lena a lavorare anche per la costruzione di un buon socialismo.”

I Fratelli di Tasso: “Quindi va tutto bene… e sono tutti contenti.”

Tasso: “Sono tutti contenti fino al 1948 quando Tito, il Capo della Federazione Jugoslava decide di non più obbedire ai dettami comunisti di Stalin… dettami ai quali sempre obbedì Togliatti. Fu significativa la Riunione di Bucarest, dal 20 al 22 giugno 1948 dei massimi partiti comunisti europei; c’erano anche Togliatti e Secchia. Cosa accadde in quella riunione? Semplicemente fu decretata l’espulsione di Tito e della Federazione Jugoslava dal Cominform. La notizia diventò di dominio pubblico tramite Radio Praga il 28 giugno dello stesso anno. Pare che Togliatti ebbe una posizione di primo piano… e con lui quel Pietro Secchia che aveva ottenuto la clandestina fuoruscita dall’Italia dei Monfalconesi.”

I Fratelli di Tasso: “Cos’è il Cominform?”

Alessandro: “Il Cominform, fondato nel 1947 era un’organizzazione internazionale che riuniva i partiti comunisti dei vari paesi europei… fra cui l’Italia.”

I Fratelli di Tasso: “Ora cominciamo a capire cosa potrebbe essere accaduto ai Monfalconesi. Essendo loro fedeli al PCI di Togliatti e all’Unione Sovietica, potrebbero essere stati cacciati… mandati via dalla Jugoslavia?”

IL DITTATORE DELLA FEDERAZIONE JUGOSLAVA (da Wikipedia)

Tasso: “No, le cose andarono diversamente, ed è per quello che si può parlare proprio di tragedia. I Monfalconesi erano in tanti e credevano ciecamente nella politica di Stalin. Di fronte al voltafaccia di Tito che rinnegò i dettami dell’Unione Sovietica, i Monfalconesi si sentirono offesi e reagirono con determinazione. In varie riunioni di partito si misero contro Tito inneggiando a Stalin e al PCI… che pensavano li proteggesse e li aiutasse.”

Rotonda: “ Cosa fece il PCI? Li aiutò?”

I Fratelli di Tasso: “Secondo noi, dopo quello che ci hai raccontato, non avrebbe potuto aiutarli, dato che fra Tito e Togliatti venne a crearsi una frattura. Crediamo di aver capito bene, e cioè che Togliatti faceva tutto quello che gli ordinava Stalin.”

Rotonda: “Neanche quell’Umano Secchia fece qualcosa per aiutarli?”

Tasso: “Immaginiamoci se un Umano come Secchia sarebbe stato capace di dare una mano a chi aveva mandato oltre confine! Pensate un po’ che, proprio lui, qualche anno dopo, nel 1956, quando i carri armati sovietici repressero nel sangue il desiderio di libertà degli ungheresi, si trovò ad esultare… quando seppe dell’intervento sovietico.”

I Fratelli di Tasso: “Allora, volete dirci come andò a finire?”

Alessandro: “Andò a finire molto male perché molti di quei personaggi che credevano nel comunismo di Stalin furono prelevati e una buona parte portati in un “Centro di rieducazione”. È raccontato molto bene, in modo romanzato, sul libro di Stefano Zecchi.”

Rotonda: “Cosa intendi per “Centri di Rieducazione?”

L’ISOLA CALVA (GOLI OTOK)

Alessandro: “È un modo di dire “generoso” per menzionare i Gulag jugoslavi dell’interno o di certe isole. A tener d’occhio gli italiani che non avevano voluto accettare il “socialismo di Tito”, c’era l’OZNA, la famigerata polizia politica del regime… che per un po’ lasciò correre, ma che, a un certo punto reagì violentemente. Dopo averli sequestrati, portò una parte dei dissidenti su un’isola, di nome ISOLA CALVA (Goli Otok), nella quale il soggetto da rieducare, dal momento in cui metteva piede sull’isola veniva preso generosamente a bastonate, aveva ben poco da mangiare, e, l’occupazione maggiore che aveva era quella di spaccare pietre usando altre pietre.”

Rotonda: “Come sarebbe a dire? Quei poveretti avevano lasciato le loro terre per andare ad aiutare la crescita del socialismo puro in nome della fratellanza fra i popoli e, a causa di divergenze fra l’Umano Stalin e l’Umano Tito furono massacrati di botte perché fedeli all’ideologia del dittatore dell’URSS?”

Tasso: “Proprio così. Non tutti finirono sull’Isola Calva, ma anche, con famiglia, in Campi di concentramento in regioni più lontane; e non tutti ebbero la fortuna di poterlo raccontare… perché alcuni non riuscirono a sopravvivere.”

Alessandro: “Caro Tasso devo correggerti, perché la fortuna di poterlo raccontare, che significa che non morirono, è giusto, ma quello che è sbagliato riguarda il particolare che “non poterono raccontarlo”.”

I Fratelli di Tasso: “Come sarebbe a dire? Non comprendiamo.”

Alessandro: “Sarebbe a dire che, chi è riuscito a ritornare e l’avrebbe voluto raccontare non l’ha potuto fare perché il PCI non gliel’ha permesso… per non rovinare il “buon nome” del Comunismo.”

I Fratelli di Tasso: “Ma se il PCI li ha abbandonati… non è così?

Tasso: “Ma sì cari fratelli, avete capito benissimo. Non bisogna dimenticare che molti Umani, oltre ad essere malvagi possono avere un Quoziente Intellettivo molto basso, e, oltre a questo particolare piuttosto importante, non sono capaci di cambiare le proprie idee neppure di fronte all’evidenza… diciamo più evidente. Io non riesco a capacitarmi, forse perché sono un albero che ha vissuto molto, ma com’è possibile ch’io dica bravo a chi mi ha dato delle botte?”

I Fratelli di Tasso: “Forse per paura di ritorsioni.”

Tasso: “Non ci avevo pensato. Avete ragione, può darsi che così fosse. D’altra parte, chi tirava le fila del Comunismo Italiano era l’Umano Togliatti; lui aveva ben conosciuto uno degli Umani più malvagi di quei tempi, l’Umano Stalin, e da lui prendeva ordini… e sicuramente non gli mancava la malvagità… sicuramente aveva imparato bene la lezione.”

Rotonda: “I miei legni rabbrividiscono al pensiero che gli Umani possano e soprattutto riescano ad essere così malvagi. Penso però che dopo la morte di Stalin e la normalizzazione dei rapporti fra Jugoslavia e URSS, abbiano lasciato liberi quei Monfalconesi che erano ancora vivi… o no?”

Tasso: “Pensi in modo sbagliato. Pare che gli ultimi Monfalconesi ancora detenuti abbiano riacquistato la libertà solo nel 1956.”

Rotonda: “Allora chissà cosa avranno raccontato.”

Tasso: “No, no… non bisognava, pare, danneggiare il partito. ”

Rotonda: “Che rabbia mi fai caro Tasso. Se potessi farlo, d’ora in avanti, bucherei le chiappe degli Umani che vengono a sedersi su di me. Ma ce ne sono ancora Umani così malvagi?… ma anche cretini.”

Alessandro: “Non devi accanirti contro noi Umani. Ce ne sono tanti bravissimi… anche se, ho sentito recentemente l’Umano Orlando dire: “Io sono uno degli ultimi togliattiani”, che visto così sembra pure un bravo ragazzo.

Rotonda: “Vuol dire che o è ignorante perché non ha studiato la storia, o è cattivo e non si vergogna di dirlo.”

I Fratelli di Tasso: “Che paura! Un Umano così fa il Ministro della Giustizia? Poveretti voi Umani d’Italia… le nostre cortecce vibrano di inquietudine al pensiero che la stupenda Italia abbia certi ministri.”

Alessandro: “Avete ragione. Sapete cosa vi dico? M’è venuto tardi e… vi saluto, tanto più che, prima di andare a casa mi ero ripromesso di andare a salutare, qui vicino, il vostro collega ALBERONE.”

Tasso: “Anche noi ti salutiamo e lo salutiamo… a presto… Ricordati Alessandro che dovremo parlare di Trieste e dell’Istria.”

I Fratelli di Tasso e Rotonda: “A presto Alessandro.”

 

100 metri più in là.

 

Alessandro: “Ciao Alberone. È tanto che non vengo a trovarti… volevo farti un salutino.”

L’ALBERONE innevato.

Alberone: “Vi ho sentito mentre parlavi con Tasso e i suoi fratelli. È molto interessante quello che vi dicevate. Scusa se parlo lentamente, sono mezzo addormentato. Mi piace tanto questa fresca neve, però, se devo proprio dirti la verità, sto aspettando la Primavera. Circa quello che vi stavate dicendo, non so se il problema possa interessare molto gli Umani. A loro non interessa quello che è successo… non interessa la storia, quella vera, quella importante… quella che, in un certo senso, accade tutt’ora, perché gli Umani malvagi passano sovente anche qui vicino a me e vicino all’”Esercito del Lungolago” dei miei colleghi. Oggi interessano i soldi, che ce n’è sempre meno, e il calcio… ah quello sì che interessa. È un’industria che appassiona! E poi, avere possibilmente una bella macchina… ma grossa… di quelle grosse.”

Alessandro: “Che delusione! Però, penso che non ci sarebbe niente di male nel sapere che certi “cattivi” potrebbero di nuovo arrivare.”

 

“L’ESERCITO DEL LUNGOLAGO DI LUGANO”

 Alberone: “Hai ragione caro Alessandro. Ci sono quelli che ti mettono in guardia e ti dicono che i cattivi possono di nuovo ritornare… basta prendere in considerazione la propaganda elettorale degli Umani italiani che vogliono avvertire gli elettori che potrebbero venire di nuovo i Fascisti… ma loro potrebbero essere peggio… o ignoranti… sì, quelli che ci credono. Io li sento qualche volta quando se ne stanno seduti su queste panchine… Sai, io non sono cattivo, ma, mi piacerebbe far cadere loro sulla testa un mio bel ramo… bello pesante.”

Alessandro: “Lasciamo perdere. Più in là verrò a trovarvi. Continua a dormire. Ti abbraccio.”

Alberone: “Stammi bene.”

 

 

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Pochi giorni fa, tornando a casa, dopo essere sceso dal treno, mentre aspettavo pazientemente il Bus… ho fotografato la tristezza di un tramonto avanzato… è ancora Inverno… quasi Primavera che sembra farsi aspettare.

TRISTEZZA!

Anche la Fontana aspetta la Primavera! Desidera tanto poter zampillare.

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Sesto Capitolo

 

La pressione

 

È già passato più di un mese e mezzo da quando Livia ha cominciato a star male. Nessuno fino a questo momento ha voluto credere al fatto che il bigeminismo, con bradicardia ben rilevabile al polso, fosse la causa della sofferenza.

Come d’accordo, il giorno dopo, Livia e Claudio si presentano nella farmacia sotto casa e chiedono la misurazione della pressione.

Siamo ormai arrivati in pieno nel mese di luglio; la temperatura è piuttosto calda, ma non dà fastidio più di quel tanto. La farmacista è molto gentile, s’informa circa i precedenti e misura un paio di volte la pressione a Livia. Si rende conto che la pressione non è alta; è il polso che non va bene!… sempre quel benedetto polso che “bradicardico” (cioè troppo lento) produce continue sofferenze.

In ogni caso è sabato e non è possibile consultare alcun medico a meno che non si voglia affrontare le terribili “trafile” dei Pronto Soccorso che, salvo rari momenti, hanno tutto ad eccezione del “pronto”.

Claudio sa per certo che finire al Pronto Soccorso è pericoloso.

“Perché?” chiederebbe qualcuno “perché sono cattivi?”

“No, non sono cattivi; sono pochi, e, dato che sono pochi, se una persona non sta terribilmente male, o non sta per morire o non arriva in ambulanza, può dover aspettare ore e ore.”

“Ma come mai sono pochi?”

“Perché anche in ambiente ospedaliero bisogna risparmiare o si è incapaci di considerare l’argomento in modo statistico.” Risponderebbe Claudio.

Se di questi tempi si va in un ufficio di una certa “importanza”, come un semplice ufficio postale perché si desidera riscuotere dei soldi, per prima cosa verrà richiesto il Codice Fiscale. In Svizzera verrà facilmente richiesto il numero AVS o altro numero che identificherà l’utente. In poche parole siamo tutti dei numeri, magari con qualche lettera dell’alfabeto. Se si va al Pronto Soccorso, ad identificare la gravità, sarà un colore: dal bianco al rosso passando dal giallo al verde. Al sofferente verrà appioppato un colore e, se non riuscirà ad essere abbastanza isterico, l’attesa potrà essere lunga; molto lunga. Claudio lo sa benissimo; e lo sa per esperienza personale, perché Claudio è stato anche paziente, e, se sente parlare di pronto soccorso gli viene la pelle d’oca. Intendiamoci, Pronto Soccorso entro i confini della Confederazione Elvetica, non della Repubblica Italiana.

Ormai si riesce a sopravvivere e, continuando Livia a prendere le gocce consigliate da Claudio, si può, e in un certo senso si deve sperare in un miglioramento.

Arriva il fatidico lunedì, arriva quello che potrebbe essere il giorno della verità, quello in cui si pensa che il Medico, quello con la emme maiuscola consideri chi soffre in modo non solo tecnologico.

Grave errore! Purtroppo l’ottimismo, cioè la speranza di veder alleviate le proprie pene, finalmente dopo tanti giorni… va, come si suol dire, a farsi friggere.

Può accadere lo stesso iter, ma con modalità diverse, quando, dopo una lunga e sofferente attesa al Pronto Soccorso, si viene finalmente introdotti in un asettico loculo a ricominciare l’attesa di chi dovrà stimolare o aiutare la parola fine alla sofferenza. Chi soffre, magari per un sub-ileo (blocco intestinale praticamente completo), ha freddo anche se la temperatura esterna è più che gradevole. Per farla breve, chi soffre ha freddo, ovvero veramente freddo e sente l’aria condizionata come un vento gelido e malsano. Il massimo che può fare il personale di passaggio sollecitato a gran voce è: “un lenzuolo piegato e pesante molto caldo estratto da un armadio tipo termosifone.” La grande speranza di veder alleviata la sofferenza, una volta essere stati introdotti nel loculo da visita, dovrà durare ancora un po’.

 

Il Dr. Bardelli è fissato sull’ipertensione. Secondo lui Livia è ipertesa e, come tale va curata. Che fa? Semplicemente fa applicare un cosiddetto esame Remler, che non è altro che un’apparecchiatura abbastanza noiosa, da tenersi per 24 ore, che misura la pressione arteriosa massima e minima ogni 15 minuti di giorno e ogni 30 minuti di notte, e la registra.

Livia sperava in una terapia, non in un supplemento di diagnosi.

Ma ecco che si comincia a vedere un altro spiraglio. Arrivano finalmente da Bellinzona le gocce di produzione svizzera che Claudio aveva ordinato prima di partire per Merano. Ma cosa sono? Sono gocce che parlano francese dato che vengono prodotte nella Svizzera Romanda; si chiamano Serum Equi Coeur-vaisseaux e hanno un’azione positiva sul cuore e sui vasi sanguigni. Sono gocce omeopatiche ricavate da anticorpi anti organo prodotti dal cavallo. In poche parole “funzionano” come immunomodulatori. Claudio conosce molto bene questi prodotti, sa che sono innocui, nel senso che non fanno male se usati nel modo giusto. Non è come quando si usa un prodotto della chimica farmaceutica che, secondo Claudio, fa sempre male e, qualche volta fa bene. Livia fu testata prima di partire per la vacanza e si vide che avrebbe dovuto prenderne 15 gocce 2 volte al giorno. Da oggi lunedì si “succhierà” la misurazione della pressione con regolarità e, con altrettanta regolarità prenderà le gocce. Intanto ricomincerà l’attesa… la speranza di sapere come quando si aspettava il responso dell’Holter.

Arriva. Arriva la risposta. Arriva in modo burocratico. Una lettera al medico curante e, per conoscenza e cortesia a Claudio che, oltre ad essere il marito di Livia è anche medico.

La lettera inviata alla Dottoressa Canapa parla con dovizie di particolari di una tendenza ipertensiva sia diurna che soprattutto notturna. Consiglia di aumentare il medicamento contro l’ipertensione (Atacand) e prevede di riprendere il discorso dopo l’esame “Risonanza Magnetica”.

Claudio non è per niente soddisfatto. Non è convinto circa la diagnosi di ipertensione e, prima di approdare al Centro Cardiologico per far sottoporre Livia alla Risonanza Magnetica, vuole parlare ancora una volta col Dr. Bardelli. Bisogna dire che è molto gentile, accetta di parlare e non sembra aver fretta. È convinto più che mai che Livia sia un’ipertesa. Claudio che, in fondo in fondo come cardiologo è un ignorante, gli dice tutto di sì e anche che avrebbe fatto prendere a Livia un Atacand in più… senza dirgli che non l’ha mai preso.

Quando Livia ha a che fare con un medico non fa pedestremente tutto quello che le viene chiesto o imposto di fare.

Facendo un piccolo passo indietro di qualche anno quando un luminare della pneumologia le disse: “Lei signora deve mettere in conto che dovrà sopportare un paio di bronchiti o broncopolmoniti all’anno”, Livia, che aveva ancora abbastanza fiducia nelle istituzioni accademiche della medicina, si rifiutò di fare l’ennesima “spirometria”. Aveva capito che non serviva a niente e che faceva solo bene all’ospedale perché in quel modo poteva ammortizzare prima le apparecchiature.

Le istituzioni mediche, attraverso la Classe Medica, desiderano arrivare a una diagnosi, e, per arrivarci seguono degli schemi. E, sempre con un occhio agli schemi, vengono somministrati i medicamenti.

Ora a Livia viene proposto un medicamento per una “tendenza” ipertensiva. Ma Livia, anziché “buttarsi” sul medicamento, preferisce analizzarlo interrogando internet e capisce che esistono delle controindicazioni in presenza di antecedenti problemi a carico del sistema respiratorio.

“Io quell’affare non lo prendo.” dice Livia a Claudio “non vorrei stare ancora peggio.” E poi, e questo sarà di difficile o impossibile comprensione, dopo test kinesiologico, il muscolo dice NO per quel medicamento.

Nella vita di ognuno di noi, ci sono giorni che potremmo definire illuminanti, giorni cioè in cui accade quel qualcosa quasi impercettibile ai più che necessita di essere compreso e cambia la vita. Quei giorni, sono giorni della svolta o, con termini regatanti, del giro di boa. Se si piazzano bene le vele perché s’è interpretato bene il vento si può vincere la regata.

Cosa succede di così particolare?

Accadono due cose importanti, la prima apparentemente di ordinaria amministrazione, la seconda, di tale importanza e talmente speciale la sua interpretazione, per cui diventa impossibile non pensare che il benessere di Livia non possa dipendere proprio da quel momento particolare; sì, proprio così: un momento particolare.

Quel “momento particolare” che Claudio ha saputo captare, avrebbe potuto essere elaborato e compreso da qualunque medico capace di “ascoltare” le parole del paziente, solo se consapevole che le parole di chi, sofferente, cerca di raccontarsi, sono importantissime oltre che genuine. E questo non possono farlo le macchine; lo può fare solo l’orecchio empatico del medico che non ha fretta.

Da quasi due mesi, i medici che hanno visto Livia, pretendono di “vederla” quasi solo attraverso le macchine, dimenticandosi che Livia è lì e può anche essere toccata e interrogata.

 

 

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Oggi si vota, e votano anche le donne.

Francobollo del 2016… delle Poste Italiane.

A parte il piccolo particolare che quest’oggetto postale ha impiegato educatamente ben 12 giorni per arrivare a destinazione, questo francobollo è molto significativo… prima del 1946, anche in occasione del Referendum che cacciò i Savoia dall’Italia, le donne non avevano diritto di esprimere il loro pensiero politico.

Ci fu già un francobollo sullo stesso argomento… nel 2006:

Francobollo del 2006

In questo caso è ritratta Nilde Jotti, la compagna di Palmiro Togliatti. Era il 2006 e l’oggetto arrivò in 3 giorni. Peccato che l’Ufficio timbrature di Catania non si sia accorto che il timbro c’era già… e ha “sporcato” la quartina.

Nello stesso anno le poste si ricordarono degli italiani, come me, che vivono all’estero… e che possono votare tramite il Consolato d’Italia.

Francobollo del 2006 per il voto degli italiani residenti all’estero.

Come si può vedere, l’Ufficio Postale di S. MAURIZIO D’OPAGLIO in provincia di Novara ha timbrato egregiamente i francobolli e sulla busta. La busta impiegò 4 giorni ad arrivare.

Chi oggi va a votare ama la Patria e… spera che i risultati diano benessere e serenità a tutti. Forse avrebbe bisogno del “Pozzo dei Desideri”.

Qualcuna… l’ha trovato e ha visto esaudito il desiderio.

Da “LA SETTIMANA ENIGMISTICA”

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Quinto Capitolo

 

Ritorno a casa

 

Claudio, come s’è detto, non è la prima volta che va a Merano con Livia. S’è anche detto che Claudio può essere considerato piuttosto vecchio essendo nato nel 1936, lo stesso anno in cui a Merano lanciarono la Lotteria Ippica collegata alla corsa dei cavalli. In quell’occasione Claudio aveva sì e no quattro mesi di vita.

Merano però, almeno dopo la Seconda Guerra Mondiale quando Claudio cominciava a “capire” ciò che lo circondava, era famosa in Italia grazie alla lotteria, così come Monza, Agnano e Viareggio che facevano vincere tanta moneta sonante a pochissimi fortunati.

Merano nel Südtirol, diventò parte del Regno d’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale. Prima faceva parte dell’Impero Austro-ungarico e “si parlava tedesco”. Coll’avvento di Mussolini che pretese di italianizzare “tutto a tutti i costi”, così come accadde in Val D’Aosta dove si parlava francese e in Istria per chi parlava slavo, anche Meran divenne Merano e guai se qualcuno non si esprimeva in italiano.

Negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, dopo la costituzione dell’Operationszone Alpenvorland che accomunò all’Alto Adige le provincie di Trento e Belluno, non solo si parlava tedesco, ma era a Merano come essere nel Reich della Grande Germania, per cui la lingua tedesca ritornò ad essere la lingua ufficiale. Nello stesso periodo fu costituita dai nazisti anche l’ Operationszone Adriatisches Küstenland confinante con la provincia di Belluno comprendente anche la neo provincia di Lubiana. In queste due zone che furono sottratte alla giurisdizione della Repubblica di Salò, gli abitanti potevano parlare la loro lingua, e cioè il tedesco, l’italiano e lo slavo.

ALPENVORLAND (in alto a sinistra)

Finita quella terribile guerra, la provincia di Bolzano tornò all’Italia e ci furono alcuni “problemini” d’intolleranza verso la madrepatria.

Attualmente ci si può accorgere come il bilinguismo sia accettato serenamente da tutti gli abitanti del posto; meno dagli altri italiani della penisola.

Claudio, che vive in Svizzera dove si parlano ben 4 lingue, è dell’idea che, per una nazione come l’Italia sarebbe molto bello, se non addirittura auspicabile, che in alcune zone, gli abitanti potessero parlare la loro lingua senza dover subire una specie d’ostracismo. L’italiano di Bologna o di Ancona parte dal punto di vista che se un territorio si trova entro i confini della repubblica, in quel territorio bisogna parlare italiano… e non si discute. Se quell’italiano, in Alto Adige, si rivolge a qualcuno in italiano, s’arrabbia se non è capito.

Il cittadino di Bolzano o Merano ha già subito abbastanza “sevizie” per il fatto di essere nato dove si parla abitualmente una lingua diversa dall’italiano; perché non tutelarlo affinché possa mantenere in tutto e per tutto la propria identità? E non potrebbe essere un argomento assimilabile alla tanto sbandierata “biodiversità” degli ultimi decenni? Tanto più che la tutela linguistica di certe zone fa parte di una legge del 1999?

Durante il soggiorno a Merano, Claudio, che ha lavorato alcuni anni nella Svizzera tedesca e parla un po’ il tedesco, ogni volta che entra in un negozio o in un bar, si rivolge ai gestori nella loro lingua… e si sente rispondere in italiano. Quelle persone capiscono perfettamente che Claudio non è uno di lingua tedesca e, per educazione, rispondono in italiano.

“L’italiano d’Italia” soffre molto, addirittura si offende quando si accorge che nel Südtirol (o Alto Adige) l’indigeno fa finta di non conoscere la lingua italiana. L’indigeno ha una dignità, e non gli va se viene calpestata. Secondo Claudio, nello stesso modo come i Baroni della Medicina dovrebbero abbandonare i paraocchi tutte le volte che sentono parlare di omeopatia o di cromoterapia, così i Governanti dovrebbero vezzeggiare il cittadino italiano che parla un’altra lingua, ma è contento di far parte della Repubblica Italiana.

Il soggiorno a Merano finisce. Si torna a casa. Livia non sta proprio male, ma, malgrado la visita in alcune farmacie, non è riuscita a capire se è o no ipertesa. Purtroppo, Livia e Claudio non hanno potuto godersi appieno l’ospitalità degli altoatesini. Ne conserveranno un buon ricordo. Si torna a casa passando dall’Austria attraverso la Val Venosta e il Passo di Resia.

IL PASSO DI RESIA

Il Passo di Resia offre la “specialità” del lago artificiale dal quale spunta il campanile romanico del secolo XIV “residuo” del villaggio Curon Venosta distrutto e sommerso nel 1950 per produrre energia elettrica. La vista di quel campanile che fuoriesce dall’acqua ha un non so che di surreale e lascia veramente perplessi con una specie di vuoto nello stomaco misto a desolazione. Deprime dover pensare che, per un po’ di energia elettrica, molte persone abbiano dovuto soffrire e molte coltivazioni abbiano dovuto essere distrutte. Claudio sapeva del lago e credeva che quella popolazione fosse stata giustamente indennizzata. Da quello che ha trovato scritto in loco, ben il 70% della popolazione fu costretta a emigrare e ben 181 costruzioni furono distrutte prima dell’allagamento.

Pare che il progetto iniziò negli anni in cui la faceva da padrone il fascismo, per cui è comprensibile pensare che la popolazione di lingua tedesca, non ancora sufficientemente italianizzata, non ricevesse dal Governo di Roma il dovuto rispetto.

Certo che quella popolazione, dal 1939 al 1950 deve aver sofferto molto; specialmente, si pensi al fatto che ben 181 costruzioni furono distrutte con la dinamite.

Prima di passare in Austria, Livia e Claudio si fermano un poco in quel punto, e, benché l’avvenimento del riempimento dell’infuso fosse vecchio di decenni, capirono quello che poté essere il dramma di quella popolazione.

Livia ha sempre un piccolo disagio, però, durante il viaggio dichiara di avere una “stretta al collo, al cuore e al mediastino”. Sembra quasi un peggioramento della patologia. L’unica cosa da fare è arrivare a casa e poter telefonare al Dr. Bardelli; nel frattempo Claudio mette nella bottiglietta d’acqua che Livia ogni tanto beve, 20 gocce coll’energia del cristallo Zoisite. Con queste gocce la situazione migliora, e i nostri viaggiatori possono proseguire tranquillamente, e dopo il passo dell’Arlberg, andarsi a cercare un ristorante per rifocillarsi. Il viaggio infatti è ancora lungo, ma vario: prima il Voralberg austriaco, poi il Principato del Liechtenstein e finalmente la Svizzera.

Con le gocce di Zoisite il disagio di Livia migliora ulteriormente, per cui potrà affrontare la galleria del San Bernardino e raggiungere il Canton Ticino.

Arrivano bene a casa. Ha guidato sempre Claudio. Certo che un piccolo cambio di guida sarebbe stato utile! Ma Livia ora non se la sente e preferisce non guidare.

Non passano più di ventiquattrore dal giorno in cui si trovano nuovamente a casa che, si potrebbe proprio dire, per Livia e Claudio sta cominciando un ballo più che particolare.

Anche se Claudio non credeva all’ipertensione sentenziata dal Dr. Bardelli, nel senso che era convinto che l’ipertensione registrata fosse una reazione dell’organismo alla bradicardia e allo stress, sentiva come veramente terribile il bigeminismo del polso di Livia ed era convinto che fosse necessario agire a quel livello.

Claudio, come medico, è convinto che in medicina si dovrebbe, nel limite del possibile, cercare di arrivare alla diagnosi del « perché ». Non si può pensare di avere un effetto senza una causa. Livia sta male, ha cominciato a star male a un certo punto, non a pallino ; ma ci sarà stata una ragione o, così… proprio così un bel giorno il suo cuore ha deciso di fare i capricci? No, non va bene così, se il cuore di qualcuno fa i capricci, si dovrà cercare di tamponare la situazione e, eventualmente anche agire con violenza, ma poi, con calma si deve, se possibile, andare alla radice. E questo è un argomento che non esiste quasi mai nella Medicina Ufficiale.

Claudio e Livia sono appena tornati dalla settimana di vacanza a Merano. Sono contenti di essere di nuovo a casa ; erano partiti perché il Dr. Bardelli aveva detto loro che non c’era nulla di grave. Ora però ci si trova di fronte a una svolta : il Centro Cardiologico che aveva messo l’Holter, convoca telefonicamente Livia per una Risonanza Magnetica.

“Ma chi ha detto” chiede Claudio che riceve la telefonata “che mia moglie deve fare la Risonanza Magnetica?”

“Il Dr. Bardelli” risponde la signorina del Centro.

“Bene” è la risposta di Claudio “lo dirò a mia moglie e vi farò sapere”.

 

Livia prende tempo: “Adesso non ho alcuna intenzione di andare a fare la Risonanza Magnetica. Ma il Dr. Bardelli non aveva detto che non c’era nulla di grave? che non era il caso di preoccuparsi?”

“Aspetta un momento,” cerca di tranquillizzarla Claudio “a me non sembra che tu sia ipertesa e che sia necessario fare una RM. Domani passiamo in farmacia, qui vicino a casa, e facciamo misurare nuovamente la pressione.”

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