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Ottavo Capitolo

 

La kinesiologia

 

Claudio è felice come una Pasqua; è convinto di aver finalmente capito cosa è, almeno per ora, importante fare subito: cambiare lassativo.

Nel QUARTO capitolo, si può vedere quali gocce omeopatizzate Claudio diede a Livia. Non è però specificato come arrivò a quella cosiddetta “prescrizione” dal momento che non siamo di fronte a veri e propri medicamenti e neppure di fronte a una ”classica” omeopatia.

Per arrivare a fare una diagnosi, è possibile utilizzare i muscoli… che possono “parlare”, se interrogati nel modo giusto. Potrebbe essere questo un modo di dire della kinesiologia per la diagnostica e la prescrizione terapeutica; per non parlare anche dei vantaggi terapeutici.

Fu George Goodheart chiropratico americano, nel 1964, ad “inventare” la Kinesiologia Applicata, e fu proprio un corso di questa branca della kinesiologia ad attirare Claudio. Ne fu affascinato e si rese conto che può essere molto difficile metterla in pratica nella quotidiana pratica professionale. Prese atto che la “kinesiologia applicata” è un’arte altamente positiva che ha però bisogno di essere coltivata in modo attivo e continuativo. Non la si può improvvisare.

È però possibile comprenderne i principi, accettarli dopo averne preso visione e farne un uso parziale e pratico, eventualmente anche solo ad uso diagnostico. Dal 1964 ad oggi, e quindi nello spazio di soli 50 anni, si sono evolute numerose branche della kinesiologia… non solo “fisiche” ma anche collegate alla “psiche”.

Claudio capì che avrebbe potuto applicare una parte di quei princìpi nell’approccio di tutti i giorni con quei pazienti che, naturalmente, avrebbero potuto “accettare il discorso”. Discorso sicuramente non facile.

 

Il principio terapeutico della kinesiologia applicata è di una grande semplicità. La difficoltà sta nel riuscire a muoversi nella direzione giusta.

Triade della salute

Se consideriamo un triangolo equilatero come nella figura Triade della salute, possiamo vedere una figura geometrica perfettamente armoniosa. Se uno dei lati diventa deficitario (più lungo o più corto) perché si è creato un problema a quel livello, tutti i lati e tutti gli angoli non saranno più uguali. Lo scopo terapeutico della kinesiologia dovrà essere quello di ripristinare la lunghezza del lato e ridare armonia al triangolo. Quanto molto interessante che Claudio capì e che scontra un poco coll’approccio della Medicina Accademica, è che se un lato del triangolo diventa più corto, non si deve agire terapeuticamente su quel lato, ma su uno degli altri due lati modificati (o tutt’e due), per poter riportare il primo lato alla lunghezza giusta. L’esempio calzante è che se ci si trova di fronte a un deficit muscolare tipo torcicollo, non si dovrebbe indebolire con miorilassanti il muscolo patologico, ma agire sull’antagonista. Ma per fare questo, il terapeuta dovrà sempre chiedersi il “perché”; in poche parole, dovrà andare alla radice. È a questo livello che Claudio ipotizza come “artista” il terapeuta kinesiologo… perché è difficile muoversi in quel determinato modo.

 

Grazie però a una “kinesiologia spicciola”, Claudio ha potuto essere sicuro che Livia è intollerante (non allergica) allo sciroppo. Il muscolo forte di Livia, dopo contatto epidermico con lo sciroppo diventava debole. Intollerante e non allergica perché l’allergia si vede subito, l’intolleranza dopo svariate assunzioni… e dopo mesi.

Anche l’argomento “intolleranze alimentari” dovrebbe diventare un argomento medico di primaria importanza e non rimanere appannaggio di una medicina complementare o alternativa.

Quando è sufficiente, o indispensabile, eliminare un alimento per vedersi avviare una guarigione, significa che l’argomento va preso in seria considerazione, tanto più che in questi processi è coinvolta la mente… così determinante tanto per la malattia quanto per la guarigione.

 

In questo momento Livia sospende il lassativo, continua a prendere le sue gocce, ma Claudio vorrebbe trovare una strada per accelerare l’eliminazione dall’organismo di Livia delle “tossine” del lassativo. Il problema è così fatto, e cioè che Livia assumendo per molto tempo quelle “lunghezze d’onda” (energie) negative, ne ha fatto una certa provvista. Nel momento che viene interrotta l’assunzione di quel determinato alimento, in questo caso il lassativo, quelle energie negative, che potremmo chiamare tossine, si mobilitano dalle riserve e non fanno altro che peggiorare la situazione; fintanto che ce ne sarà.

Claudio si rammenta che in un paio di casi, aveva visto come positiva l’energia del cristallo Ematite in casi di intolleranze e di allergie. L’energia di questo cristallo, sempre grazie alla kinesiologia summenzionata si rivela utile.

EMATITE

È un’energia che agisce come antidoto nei riguardi di quelle tossine che dovranno essere smaltite. Livia viene adeguatamente testata e prenderà 20 gocce di Ematite 3 volte al dì.

La ricerca del componente “colpevole” è infruttuosa, per cui si considera l’intolleranza verso il prodotto in toto e, almeno per il momento, irrilevante l’eventuale componente psicologica legata a quello sciroppo.

È lo stesso ragionamento che si farebbe se una persona fosse intollerante al caffè; sarà intollerante al caffè come tale e non solo alla caffeina o ad altri eventuali alcaloidi del caffè.

L’esperienza professionale di Claudio ci dimostra che si può essere intolleranti o allergici anche alla semplice acqua.

 

Arriva nello studio di Claudio un omone di taglia superiore che racconta di convivere con una “igienista dentale”, di essere separato dopo un infelice matrimonio e di essere ansioso.

È un po’ poco per intraprendere una terapia; però sovente accade proprio così; per cui sta a Claudio il saper porre le giuste domande. E Claudio s’informa su molte cose apparentemente banali. Non gli basta sapere se va regolarmente di corpo, ma vuole conoscere la qualità delle feci. Se qualcuno va regolarmente di corpo, ma le feci sono sciolte, vuol dire che qualcosa a livello colon non funziona.

Chiede poi: “Quanta acqua beve nell’arco della giornata”.

Risponde: “Abbastanza”.

“Ma quanta, più o meno; e poi, intendo acqua pura, minerale o del rubinetto”.

La risposta dell’omone: “Non bevo mai acqua pura. Non mi va, non riesco a mandarla giù. Bevo sempre o tisane o sciroppi.” e aggiunge “Se poi, alla sera, dopo aver lavato i denti ho sete, non bevo nulla”.

“Perché?” chiese Claudio.

“La mia compagna igienista dentale mi sgriderebbe dato che nello sciroppo c’è sempre un po’ di zucchero; e allora dovrei lavare di nuovo i denti”.

Claudio è perplesso, anche di fronte all’intransigenza dell’igienista. Comunque sia, dato che lo “strumento terapeutico” più importante che usa Claudio è l’ipnosi, viene da sé che sarà interessante fare chiarezza.

 

L’Omone è in sonno ipnotico profondo e, dopo i necessari approfondimenti e la richiesta di lasciarsi scivolare indietro nel tempo, Claudio gli chiede dove si trova o cosa vede. L’Omone risponde: “Sono un bimbo piccolo e vedo vicino a me dell’acqua”.

“Che acqua è? Di un lago?”

“No” risponde l’Omone “è acqua che si muove; è un ruscello.”

“Chi c’è insieme a te?” chiede Claudio.

“Non c’è nessuno. Sono solo. Sto giocando nell’erba.”

“Bene” gli dice Claudio “lascia passare il tempo, e, quando succederà qualcosa di importante dimmelo”.

Passano un paio di minuti tranquilli in cui l’Omone respira tranquillamente, finché, all’improvviso, comincia a respirare affannosamente come se avesse paura di qualcosa.

“Cosa sta succedendo” chiede Claudio.

“Sono scivolato nell’acqua; è fredda.”

“E poi?” chiede Claudio perché sa che in queste situazioni non conviene interferire, ma si può chiedere.

“Sono tutto nell’acqua, non riesco a tornare indietro, l’acqua scorre, mi porta giù, sono con la testa sott’acqua, non riesco più a respirare, ho paura, non so cosa devo fare. Sto affogando.”

“Stai morendo?”

“Sì”

“Bene,” gli dice Claudio “dimmi quando sarai morto”.

Sembra cinismo, ma non lo è. In questi casi bisogna lasciare che le cose vadano come devono e seguano il loro corso. Il bimbo è caduto in acqua e annaspando in cerca di aria, riempie i propri polmoni di acqua e muore.

Ha bevuto molta acqua!

Dopo poco l’Omone dirà “Sono morto”, il viso ritornerà in uno stato di distensione e descriverà quello che vedrà dall’alto fra cui il proprio corpo nell’acqua del ruscello.

 

Al risveglio quest’uomo ricorderà “stupitissimo” tutto. Se all’inizio della seduta Claudio si rivolse a lui col “lei”, continuò col “tu” dato che stava parlando con un bimbo. Al risveglio l’Omone non ricordava assolutamente il “tu”. Lui era quel bimbo che affogò nel ruscello.

 

Quando l’Omone ritornò, disse a Claudio: “ Ora bevo l’acqua. Ma lo sa che l’acqua è proprio buona?”

 

Si può essere increduli o scettici, ma questa persona, in una vita precedente era quel bimbo; dopo aver rivissuto quell’avvenimento “come se fosse la prima volta”, svanì l’avversione, o allergia, o intolleranza all’acqua.

Poté anche risolvere il problema del divorzio che la moglie non voleva concedergli. Lui temeva la moglie.

In uno dei prossimi capitoli verrà affrontato l’argomento e l’Omone troverà la ragione che gli faceva temere la moglie.

 

Dopo aver approfondito la realtà delle intolleranze alimentari, sarà bene verificare l’erronea dizione della Medicina Accademica nei riguardi del lattosio e del glutine.

 

L’intolleranza al lattosio è l’incapacità presente in alcuni individui di digerire lo zucchero del latte, il Lattosio appunto, con conseguenti sintomi gastrointestinali quali flatulenza, meteorismo, crampi e diarrea; è provocato da una carenza dell’enzima deputato alla sua idrolisi, la lattasi, che scompone il lattosio nei due composti più semplici, Glucosio e Galattosio. Non sembra quindi una vera intolleranza.

 

L’intolleranza al glutine o celiachia o morbo celiaco è una condizione genetica. Essere celiaci significa essere “intolleranti” al glutine, gruppo di proteine che si trovano nel frumento, nell’orzo e nella segale.

Con l’introduzione del glutine, i celiaci producono anticorpi che creano uno stato d’infiammazione della mucosa che distrugge progressivamente i villi intestinali; gli alimenti non vengono più assorbiti, ed è così che si manifesta una serie di complicazioni, quali: diarrea, anemia, magrezza, decalcificazione, depressione e irritabilità.

 

Sarà poi necessario spendere un po’ di tempo e parole per spiegare meglio cos’è l’energia dei colori e dei cristalli. Intanto Livia, per fortuna non peggiora, ma neppure migliora. Continua a prendere le gocce; Claudio continua a misurarle regolarmente la pressione che non è alta, ma il polso è ancora bradicardico e l’extrasistolia la fa da padrona. Si va ancora una volta a “trovare” la collega di Claudio, la Dr.ssa Canapa perché, fra l’altro, si rende necessario prendere una decisione circa la Risonanza Magnetica.

La dottoressa è l’unico medico che finora ha anteposto la visita “fisica” ai controlli “tecnologici”.

Claudio la vide per spiegare la “scoperta” dell’intolleranza allo sciroppo e le portò, il giorno dopo Livia.

“Ti prego Giacinta, le disse Claudio “tu che per un certo tempo hai fatto l’anestesista, metti due dita sul polso di Livia.”

“Va bene.” la Dr.ssa Canapa mette due dita sul polso di Livia, passano non più di due minuti, ed esclama: ”Un polso impossibile! Se siete d’accordo faccio subito un elettrocardiogramma”.

“Certamente” è la risposta all’unisono.

E fu così che, dopo l’elettrocardiogramma, fu deciso di fare la Risonanza Magnetica… senza grande entusiasmo data l’organizzazione tipo fabbrica del Centro Cardiologico.

 

 

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Sono andato a Nervi… non da solo… con mia moglie, ma in comitiva con un viaggio organizzato… tutto organizzato.

 

Cosa siamo andati a fare a Nervi?

A vedere l’Euroflora che ogni tanto, dovrebbe essere ogni 5 anni, fanno a Genova; quest’anno a Nervi… alla periferia della città.

L’organizzazione aveva previsto tutto… ma non il tempo… la pioggia… quella bagnata.

ERA IL 2 MAGGIO… E PIOVEVA.

Ma qui, non voglio parlarvi dell’Euroflora… perché ne hanno parlato in tanti… ma in pochi vi avranno parlato di certe componenti che si potrebbero definire “organizzazione alla genovese”… sì, perché i genovesi, che sono liguri, sanno anche dormire, e dormendo ci si dimentica di piccole cose importanti… al massimo si sogna.

Ma io voglio parlarvi di una fantastica stranezza… che trovai per caso… e che sicuramente fu molto importante a tutti gli effetti… quando è necessario organizzare qualcosa che potrà richiamare tanta gente.

Devo fare una premessa, e cioè che per mia statistica, dovendo arrivare a comprendere con quale intensità le Poste Italiane recapitano lentamente e regolarmente la corrispondenza, avevo con me una busta affrancata e a me indirizzata. Dopo la visita a Euroflora, cioè, dopo aver usato molto l’ombrello… che scontrò con molti altri ombrelli, arrivato all’altezza della stazione ferroviaria di Nervi, cercai una Buca delle Poste Italiane… e la trovai.

LA BUCA DELLA STAZIONE DI NERVI

Mi avviai per imbucare e la trovai così… Rimasi di stucco, ritirai il braccio che avrebbe imbucato la missiva e presi la macchina fotografica che aveva immortalato molti bellissimi fiori; resi eterna questa “magnificenza”… forse unica… per me unica.

Non avevo mai preso in considerazione la possibilità di “cattivi comportamenti” tramite una buca delle lettere. Evidentemente, pensai, i Grandi dell’antiterrorismo hanno ipotizzato che le ignobili idee capaci di produrre stragi potrebbero passare anche da una innocente e timida buca delle lettere.

Se ci sono assembramenti di persone, bisogna ben controllare e pensare a tutto… nonché giustamente controllare anche ogni visitatore.

Guardando bene la buca, è fantastico poter prendere in considerazione la pulizia, ovvero il raschiamento al quale s’è trovata assoggettata questa buca. Forse prima era carica di scritte e di adesivi… e con qualche accenno di ruggine. In compenso le è stata applicata una scritta coi tempi di chiusura.

PARTICOLARE DELLA BUCA DI NERVI

Gli adesivi che hanno messo attorno a questo cartello esplicativo sono di grande eleganza e dimostrano disordine… sporcizia no perché la buca è stata ben sfregata… lo si vede particolarmente sulla sinistra.

Povera Buca… come dimostri quanto le Poste Italiane abbiano poco interesse al decoro postale; sembra che abbiano a cuore la sciatteria.

Forse non è così… sicuramente non è così.

Mi chiederete come feci ad imbucare la lettera.

Camminammo sulla Via delle Palme e, mi accorsi che proprio là in cima alla via c’era l’Ufficio Postale di Nervi… e la imbucai… ma oggi 11 maggio 2018 la lettera non è ancora arrivata.

Ormai, sembra che le Poste Italiane abbiano deciso di recapitare le missive, affrancate con tariffa normale, con molti giorni di ritardo. In questo modo, chi è interessato alla velocità, sarà costretto a spendere il triplo.

Speriamo che, quando sbloccheranno la buca della stazione di Nervi, i Dirigenti delle Poste si accorgano che anche il decoro vuole la sua parte… e mettano una buca nuova.

L’UFFICIO POSTALE DI NERVI… con la buca che ha “visto” la mia lettera.

Questo articolo, che interesserà ben poco, ma non importa, deve terminare con qualcosa di bello… per l’occasione… floreale.

GENOVA – NERVI – Un gozzo e tanta allegria… anche se piove.

 

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Settimo Capitolo

La svolta

 

Claudio s’è stufato. Non ne può più. Non sopporta più l’idea di sentirsi dire che Livia è ipertesa. “Perbacco” pensa “Livia non è ipertesa. Il problema è cardiaco: è da ricercare in quella bradicardia e in quel bigeminismo che non le permette di camminare allungando il passo e non le permette di salire le scale se non un paio di gradini alla volta.”

“Si va ad acquistare un apparecchio;” dice a Livia “così potrò seguirti tranquillamente. Andiamo nella Farmacia Partellini dove c’è quella farmacista gentile che ti ha misurato la pressione qualche giorno fa. Anche se sembra un po’ falsa o invadente, s’è dimostrata affidabile”.

Fu così che Claudio e Livia diventarono proprietari di un apparecchio elettronico per la misurazione della pressione. Ben diverso da quelli col mercurio o con la lancetta che Claudio usava quando seguiva i pazienti durante le anestesie. Questo, alla fine della misurazione, “dice” anche qual è la frequenza cardiaca. Anche questo non esisteva; bisognava stare con le dita sul polso e avere un orologio coi secondi.

Quante volte Claudio stava decine di minuti con le dita sul polso del paziente addormentato, mentre parlava col chirurgo, magari in momenti di difficoltà. Non c’erano le macchine da guardare, c’erano i polpastrelli delle dita che facevano capire la situazione e stimolavano a una soluzione… se s’instaurava un problema. Proprio così; qualche volta, dipendentemente dal tipo d’intervento, per conoscere e capire le condizioni del paziente, l’anestesista aveva a disposizione un avambraccio e una mano, nonché un manicotto per la misurazione della pressione piazzato precedentemente sul braccio fra il gomito e la spalla. Che dovesse arrangiarsi, come si suol dire, faceva parte del gioco. Viene da sé che, col tempo, era sufficiente “auscultare” il polso per inquadrare la situazione del momento. Ma questa situazione poteva cambiare da un momento all’altro, non era statica e bisognava essere pronti a reagire.

Claudio era solito dire che in anestesia, durante un intervento, potrebbe non succedere nulla nello spazio di qualche ora… e poi… potrebbe succedere di tutto nello spazio di pochi istanti e, se per qualche ora ci si è sentiti inutili, in quei momenti bisogna fare “tutto” nel modo giusto.

Ora Claudio misura frequentemente la pressione a Livia. Ma la pressione è raramente oltre la media; la frequenza del polso talmente bassa per cui la “macchina” non lo segna.

Viene la sera e Livia, prima di andare a letto, prende come quasi ogni sera il suo lassativo. Un lassativo a base di erbe, in un certo senso perfettamente naturale, apparentemente innocuo; così innocuo per cui, non solo non è necessaria la ricetta medica, ma nessuna cassa malati lo rimborsa. È uno sciroppo che ha un buon gusto e viene usato regolarmente in una Clinica di Lugano che va per la maggiore. Fu in quella Clinica che Claudio conobbe quello sciroppo quando, come paziente, fu operato dall’amico Borgonuovo.

Quello sciroppo prevede l’assunzione di qualche bicchiere d’acqua… dopo lo sciroppo. È qui che accadde quello, perché no, stupendo giro di boa che avviò con certezza Livia verso il benessere.

LO SCIROPPO.

Mentre Livia beve l’acqua dopo lo sciroppo dice: “Non capisco cosa mi sta succedendo; non riesco a deglutire l’acqua, non riesco a mandarla giù, mi fa male in esofago, mi fa male come se in esofago (che si trova prima dello stomaco) ci fosse una lesione. Non so cosa devo fare.”

Il primo pensiero è l’esistenza effettiva in esofago di una lesione… da indagare. Il modo migliore, e oggi sicuramente unico, è un’esofagoscopia.

Certo che, in questo caso dover pensare anche a una lesione in esofago diventa un vero dramma, non facile da sopportare. L’organismo di Livia è diventato fragile e non ha bisogno di un’indagine di questo tipo sicuramente stressante.

È sera e Claudio, piuttosto sconfortato, comincia a pensare al peggio. Livia sta prendendo le gocce già da un po’ di tempo. Anche se la pressione non è alta, questa difficoltà a deglutire l’acqua è veramente sconcertante.

“Però… però” pensa Claudio “a Livia fa male bevendo l’acqua, la semplice acqua, e dopo aver preso lo sciroppo. Che ci sia un nesso logico? Impossibile, lo prende da svariati mesi e ha sempre funzionato bene. Ma se lo prende regolarmente da svariati mesi, perché non si dovrebbe pensare che potrebbe aver sviluppato un’intolleranza a uno o più componenti dello sciroppo?”

Per fortuna Claudio conosce perfettamente il problema delle intolleranze alimentari; quelle che per la Medicina Accademica sono più o meno come le allergie o si esauriscono all’intolleranza a lattosio e/o glutine (che però non sono vere intolleranze).

Le intolleranze sono un’altra cosa, e sono anche piuttosto subdole, dato che possono esistere proprio per quegli alimenti che si assumono più frequentemente e con maggior piacere. E Claudio non può non ricordare quel nipote, il figlio della sorella, al quale fu intimato di sospendere ogni “vasca”… essendo lui un pallanuotista impegnato anche agonisticamente.

Cosa gli era successo?

In occasione della periodica visita medica gli fu riscontrata un’aritmia cardiaca, e, conseguentemente, ulteriori accertamenti. Claudio, che si trovava da quelle parti, poté “vederlo” con spirito kinesiologico e riscontrare un’intolleranza al frumento, con necessità (o utilità) di sospendere l’assunzione di ogni alimento contenente frumento; quindi… pane, pasta e pizza. Il nipote, pur dispiaciuto di non poter più mangiare la quasi quotidiana pasta asciutta, accettò di buon grado il consiglio dello Zio e si sottomise ai vari esami diagnostici della Medicina Sportiva. Per fortuna non gli fu consigliato alcun medicamento e, mentre il tempo passava e l’organismo si “disintossicava” dal frumento ingerito in tanti anni, l’aritmia cardiaca diventò un ricordo e, dopo circa sei mesi, poté riprendere l’attività agonistica.

Ovviamente, i “Luminari” della medicina sportiva non vollero assolutamente neppure ipotizzare l’esistenza di un’intolleranza alimentare alla base di quell’aritmia cardiaca. Infatti quando la sorella di Claudio comunicò ai medici la possibilità dell’esistenza di un’intolleranza al frumento, fu considerata una visionaria.

Lo sciroppo assunto da Livia è, in ultima analisi, un alimento… o la miscela di alimenti… in ogni caso non sintetici. Claudio, prima di continuare a pensare, prende Livia e col flacone dello sciroppo, grazie a una kinesiologia spicciola, può prendere atto, con sicurezza quasi matematica, che quello sciroppo non va bene a Livia, per cui si può parlare di intolleranza.

È questa la svolta; un clamoroso giro di boa. Se Livia non avesse detto che non riusciva “a mandar giù” l’acqua dopo aver preso lo sciroppo e Claudio non avesse captato quello che il corpo di Livia voleva dire, probabilmente… chissà come sarebbero andate le cose.

Credo possa essere molto importante cominciare a distinguere la differenza fra l’allergia e l’intolleranza, in questo caso “alimentare”.

Vorrò introdurre l’argomento con una specie di storiella più che vera e frutto dei trascorsi terapeutici di Claudio.

È un caso particolarmente rappresentativo e interessante risalente agli anni 80 del secolo scorso:

Una ragazza dell’età di 28 anni soffre da qualche anno di crisi di panico con coinvolgimenti anche a livello cardiaco (tachicardie e difficoltà respiratorie di tipo ansioso). Attraverso le indagini del caso si scopre che è intollerante al frumento. Sentirsi dire che deve abbandonare tutti quegli alimenti dove si trova il frumento, mette in un certo senso, ancora di più in crisi la persona. Di fronte all’evidenza dei fatti accetta il discorso ed elimina tutti quegli alimenti che contengono frumento. Un’analisi più approfondita a livello inconscio dimostra che all’età di 3 anni, mentre mangiava un piatto di pasta asciutta, subì, da parte della madre, uno stress molto intenso. Da quel momento “memorizzò” il frumento e, molti anni dopo, per delle ragioni di scarso interesse terapeutico si trovò di fronte a una situazione stressante che scatenò la patologia.

Nel caso riportato, dopo alcuni mesi di astinenza al frumento, la paziente ritrovò uno stato di completo benessere e l’intolleranza al frumento “svanì”.

L’esempio citato per sommi capi dimostra come un semplice alimento può “gestire” una patologia complessa e terapeuticamente difficile. Dimostra altresì che l’alimento produce un consistente coinvolgimento di organi distanti dall’apparato digerente, ma raggiunti attraverso il cervello o più correttamente la psiche, o più correttamente ancora l’inconscio.

Quello riportato è solo un esempio molto significativo nel quale è stato possibile mettere a fuoco il problema.

Non sempre è possibile analizzare alla radice il problema; ma questo non significa che “per tutta la vita” quell’alimento dovrà essere vietato.

Non è neppure detto che sia necessario andare sempre alla radice.

Questo caso ci introduce all’importanza dell’argomento, e cioè che un alimento, o più alimenti, possono portare a disordini non indifferenti.

Per distinguere con semplicità un’allergia da un’intolleranza, si può dire che un’allergia produce una reazione immediata o quasi, mentre un’intolleranza produce rarissimamente qualche disagio immediato; il più delle volte sembra che faccia bene, ma in modo solo apparente.

L’esperienza, ormai pluriennale di Claudio dimostra che le intolleranze alimentari, almeno quelle importanti, nascono nel nostro inconscio, in quella parte cioè del nostro “cervello” che non può sottostare al condizionamento della nostra volontà.

È questa una possibile definizione di inconscio:

Ciò che non affiora allo stato di coscienza e pertanto non è soggetto al controllo della ragione e della volontà.

 

Ma come può instaurarsi un’intolleranza ?

In queso modo :

Quando noi iniziamo un pasto o semplicemente « sentiamo », anche col pensiero il profumo piacevole di un alimento, non pensiamo assolutamente al fatto che in noi c’è una componente chiamata inconscio che può interagire subdolamente col nostro pasto o pensiero di pasto.

 

Il processo digestivo inizia concretamente quando introduciamo in bocca un alimento. Dopo averlo masticato, l’alimento viene deglutito, raggiunge lo stomaco e attraverso l’intestino viene « digerito ».

Questa fase importante della nostra giornata, volenti o nolenti, ci collega al nostro invisibile ma potentissimo inconscio che, dotato di formidabile memoria, analizza l’alimento, ne può analizzare i componenti, e, molto silenziosamente, riesce, se necessario, a collegare l’alimento (o uno dei componenti) a eventuali situazioni stressanti del passato, anche molto lontane nel tempo.

Se trova un collegamento, cioè se ci sono dei ricordi stressanti che si possono mettere in relazione a quanto ingerito, il nostro inconscio, per il momento, rimane perfettamente tranquillo e aspetta. Cosa attende?

Un semplice esempio : « Pinco Pallino aveva avuto una bambinaia tedesca decisamente severa, quasi cattiva, che consumava molto caffè. Pinco Pallino, dopo l’adolescenza e l’Università diventò adulto ed entrò nella cosiddetta vita di tutti i giorni.

Ha una moglie e tre figlie. Beve giornalmente con grande piacere alcuni caffè… finché un bel giorno, mentre si trova al bar a sorseggiare il solito caffè in compagnia di colleghi di lavoro, sente una persona, che non conosce e che si trova un po’ più in là, parlare tedesco con un timbro di voce molto simile a quello della bambinaia ; si ricorda, ma solo inconsciamente, delle cattiverie subite durante l’infanzia e da quel momento comincia a riesumare le paure subite. Sulle prime non accade nulla, ma, perdurando il consumo di caffè, entra in azione la somatizzazione delle paure che si scatena con scariche improvvise di diarrea ».

Quindi l’inconscio attende di analizzare se in futuro quell’alimento verrà nuovamente introdotto. Se quell’alimento « incriminato o non gradito » verrà introdotto ancora o addirittura con regolarità, l’inconscio, poco alla volta, senza fretta, reagirà e stimolerà l’organismo a produrre dei disturbi che potranno avere degli adentellati con lo stress del passato, cioè dei disturbi somaticamente « simili » oppure indirizzati verso i nostri organi più deboli (in latino: locus minoris resistentiae).

L’interessante di questo processo è che, il più delle volte, l’alimento « non gradito » dall’inconscio è graditissimo dal proprietario, nel senso che gli sembra di non poterne fare a meno. Altre volte l’alimento al quale siamo intolleranti viene catalogato : « Non mi piace ; non riesco a mangiarlo ; è tantissimo tempo che non ne mangio ».

In poche parole, grazie a questo meccanismo, dopo che l’inconscio è riuscito a mettere in atto un certo tipo di patologia, ogni volta che noi assumiamo quell’alimento (anche se mascherato) il nostro inconscio lo trova e ci punisce intensificando il disturbo.

Cosa significa praticamente tutto questo ?

Significa che, se siamo intolleranti a un determinato alimento che mangiamo spesso e volentieri, il nostro inconscio ci punirà facendoci ammalare, il più delle volte in modo cronico.

Un disturbo del ritmo cardiaco, una cefalea, un’artrite o addirittura una psicosi possono avere come causa o concausa proprio quell’alimento che gustiamo con particolare piacere.

È quell’alimento, proprio quello che è necessario ricercare e, se necessario trovare.

Il discorso sulle intolleranze sarà completo quando verranno prese in considerazione le Intolleranze al lattosio e al glutine della Medicina Accademica.

 

Livia, ovvero l’organismo di Livia, fece comprendere a Claudio che quello sciroppo non andava bene; ma non lo fece con lo sciroppo, bensì con l’acqua, con la semplice acqua che dovrebbe andare sempre bene. Lo fece con l’acqua perché altrimenti l’interpretazione sarebbe stata troppo semplice. In ogni caso è chiaro che non era un’allergia dal momento che Livia assumeva da lungo tempo quello sciroppo.

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PER FAVORE NON SCRIVERE MI PIACE SE NON L’HAI LETTO TUTTO.

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OGNI MEDAGLIA HA IL SUO ROVESCIO

 Registrazione del 2 aprile 2018

 

Personaggi:

Alessandro, L’Albero, Panchina Ingenua e Panchina Petulante.

 

Alessandro: “Caro Albero, ora che ti stai risvegliando, ti chiedo se conosci il detto che: “OGNI MEDAGLIA HA IL SUO ROVESCIO.”

L’Albero:”Ma certo che lo conosco. Siediti.”

Alessandro: “Benissimo. Ciao Ingenua… come state?””

Ingenua: “Sto troppo bene. Sentire le tue chiappe sui miei legni mi fa stare… non te lo posso dire.”

Alessandro: “Sento che hai riscaldato bene i tuoi legni; grazie. Dicevo, o volevo dire che nello stesso modo come ogni medaglia ha il suo rovescio, così quasi ogni vignetta può farci ridere o sorridere, ma può anche farci pensare. Guardate un po’ questa:

Da “LA SETTIMANA ENIGMISTICA”

Petulante: “Anche se non mi saluti, lo faccio io. Ciao Alessandro. Cosa ha di speciale secondo te quel tipo che sta per affogare e quell’altro che arriva quasi tardi?”

Alessandro: “Se osserviamo distrattamente quello che può dirci questa vignetta, possiamo sorridere… e andare avanti, voltare pagina, proseguire tranquillamente il nostro itinerario. Ma se, diversamente, vogliamo guardare con maggiore profondità quello che possono dirci quei personaggi, vediamo un individuo che aveva chiesto aiuto e che ora sta per affogare.

L’Albero: “Giusto. Ci può far pensare a chi chiede aiuto e viene ascoltato in ritardo… o troppo tardi o… non viene per niente ascoltato.”

Alessandro: “E, secondo te, chi recentemente, senza andare troppo lontano sta chiedendo aiuto?”

L’Albero: “Senza andar troppo lontano… in Italia?”

Alessandro: “Sì, in Italia.”

Petulante: “Non mi sembra troppo difficile. In Italia ci sono molte persone sulla soglia della povertà… che, dopo una vita normale, oggi non riescono a tirare avanti. Che sofferenza!”

Alessandro: “Giusto, ma quelle sono sì un certo numero, ma, relativamente poche.”

L’Albero: “Credo di aver capito. Sai, con le mie antenne, qualche volta riesco a intuire il tuo pensiero. Vorresti pensare che, considerando la vignetta, al posto di quel tipo che sta per affogare potrebbe esserci la maggior parte degli Umani d’Italia?”

Alessandro: “Bravissimo nella tua perspicacia.”

L’Albero: “Vorresti dire che gli Umani d’Italia hanno chiesto aiuto? Ma quando? Quando sono andati a votare?”

Petulante: “È vero! In fondo in fondo, quando gli Umani d’Italia sono andati a votare hanno espresso un desiderio… di vedere un cambiamento. In un certo senso hanno chiesto aiuto… in modo perfettamente democratico.”

L’Albero: “Ma sì. Nell’esprimere chi volevano, hanno fatto capire chi non gli andava più bene… e l’hanno fatto con eleganza… quasi una rivoluzione.”

Alessandro: “Siete quasi fuori strada.”

Ingenua: “Stai bene qui? Dì loro quello che pensi. Io l’ho già capito… le tue chiappe parlano… io ne capto l’essenza spirituale.”

Alessandro: “Perché secondo te lo spirito degli Umani si trova così in basso?

Ingenua: “Certo che sì mio caro. Io sento le tue vibrazioni e capisco i tuoi pensieri. Ma perché voi Umani quando vi volete bene, quando vi amate, lo fate solo col cervello?… con tutto quello che avete sopra il collo o vi muovete anche con le parti basse?”

Alessandro: “Ok Ingenua cara. Dimmi cosa hai capito.”

Ingenua: “Ho capito che l’Italica gente ha cominciato a chiedere aiuto, sempre molto democraticamente, quel famoso 4 dicembre del 2016, quando ha fatto capire all’Umano Renzi e all’Umana Boschi che non li volevano più… che erano stanchi di loro… anzi spossati e sull’orlo di un affogamento… come sulla vignetta.”

L’Albero: “E l’Idraulico, cioè l’Umano Mattarella non ha dato ascolto al grido d’aiuto… non l’ha voluto ascoltare, ha preso tempo e sembra si sia disinteressato dei problemi di gran parte di loro.”

Petulante: “Sì, nello stesso modo come disse ai terremotati: “Non vi abbandoniamo”… però mi sembra, da quello che sento, che siano stati abbastanza abbandonati.”

Ingenua: “Anche se sono stata piantata qui in Canton Ticino, io, da quello che sento dire, amo l’Italia. Mi piacerebbe tanto se un giorno qualcuno mi portasse oltre confine; non credo succederà mai, ma oggi, 2 aprile, a quasi un mese dalle ultime votazioni, non sarebbe il caso che quell’Umano Mattarella, invece di fare il diplomatico o l’Umano di parte si desse una mossa e facesse qualcosa di positivo per l’Italia?”

L’Albero: “Parla sempre molto bene… ma… mi sembra peggio del suo predecessore.”

Alessandro: “Non bisogna parlar male di nessuno. Anzi, onde evitare che vi scaldiate troppo e parliate a vanvera, vado via… devo tornare a casa. Vi saluto con affetto.”

Ingenua: “Mi dispiace se vai via… ma so che ritornerai. Ciao.”

L’Albero e Petulante: “Ciao Alessandro… saluti all’Umana tua moglie.”

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Sesto Capitolo

 

La pressione

 

È già passato più di un mese e mezzo da quando Livia ha cominciato a star male. Nessuno fino a questo momento ha voluto credere al fatto che il bigeminismo, con bradicardia ben rilevabile al polso, fosse la causa della sofferenza.

Come d’accordo, il giorno dopo, Livia e Claudio si presentano nella farmacia sotto casa e chiedono la misurazione della pressione.

Siamo ormai arrivati in pieno nel mese di luglio; la temperatura è piuttosto calda, ma non dà fastidio più di quel tanto. La farmacista è molto gentile, s’informa circa i precedenti e misura un paio di volte la pressione a Livia. Si rende conto che la pressione non è alta; è il polso che non va bene!… sempre quel benedetto polso che “bradicardico” (cioè troppo lento) produce continue sofferenze.

In ogni caso è sabato e non è possibile consultare alcun medico a meno che non si voglia affrontare le terribili “trafile” dei Pronto Soccorso che, salvo rari momenti, hanno tutto ad eccezione del “pronto”.

Claudio sa per certo che finire al Pronto Soccorso è pericoloso.

“Perché?” chiederebbe qualcuno “perché sono cattivi?”

“No, non sono cattivi; sono pochi, e, dato che sono pochi, se una persona non sta terribilmente male, o non sta per morire o non arriva in ambulanza, può dover aspettare ore e ore.”

“Ma come mai sono pochi?”

“Perché anche in ambiente ospedaliero bisogna risparmiare o si è incapaci di considerare l’argomento in modo statistico.” Risponderebbe Claudio.

Se di questi tempi si va in un ufficio di una certa “importanza”, come un semplice ufficio postale perché si desidera riscuotere dei soldi, per prima cosa verrà richiesto il Codice Fiscale. In Svizzera verrà facilmente richiesto il numero AVS o altro numero che identificherà l’utente. In poche parole siamo tutti dei numeri, magari con qualche lettera dell’alfabeto. Se si va al Pronto Soccorso, ad identificare la gravità, sarà un colore: dal bianco al rosso passando dal giallo al verde. Al sofferente verrà appioppato un colore e, se non riuscirà ad essere abbastanza isterico, l’attesa potrà essere lunga; molto lunga. Claudio lo sa benissimo; e lo sa per esperienza personale, perché Claudio è stato anche paziente, e, se sente parlare di pronto soccorso gli viene la pelle d’oca. Intendiamoci, Pronto Soccorso entro i confini della Confederazione Elvetica, non della Repubblica Italiana.

Ormai si riesce a sopravvivere e, continuando Livia a prendere le gocce consigliate da Claudio, si può, e in un certo senso si deve sperare in un miglioramento.

Arriva il fatidico lunedì, arriva quello che potrebbe essere il giorno della verità, quello in cui si pensa che il Medico, quello con la emme maiuscola consideri chi soffre in modo non solo tecnologico.

Grave errore! Purtroppo l’ottimismo, cioè la speranza di veder alleviate le proprie pene, finalmente dopo tanti giorni… va, come si suol dire, a farsi friggere.

Può accadere lo stesso iter, ma con modalità diverse, quando, dopo una lunga e sofferente attesa al Pronto Soccorso, si viene finalmente introdotti in un asettico loculo a ricominciare l’attesa di chi dovrà stimolare o aiutare la parola fine alla sofferenza. Chi soffre, magari per un sub-ileo (blocco intestinale praticamente completo), ha freddo anche se la temperatura esterna è più che gradevole. Per farla breve, chi soffre ha freddo, ovvero veramente freddo e sente l’aria condizionata come un vento gelido e malsano. Il massimo che può fare il personale di passaggio sollecitato a gran voce è: “un lenzuolo piegato e pesante molto caldo estratto da un armadio tipo termosifone.” La grande speranza di veder alleviata la sofferenza, una volta essere stati introdotti nel loculo da visita, dovrà durare ancora un po’.

 

Il Dr. Bardelli è fissato sull’ipertensione. Secondo lui Livia è ipertesa e, come tale va curata. Che fa? Semplicemente fa applicare un cosiddetto esame Remler, che non è altro che un’apparecchiatura abbastanza noiosa, da tenersi per 24 ore, che misura la pressione arteriosa massima e minima ogni 15 minuti di giorno e ogni 30 minuti di notte, e la registra.

Livia sperava in una terapia, non in un supplemento di diagnosi.

Ma ecco che si comincia a vedere un altro spiraglio. Arrivano finalmente da Bellinzona le gocce di produzione svizzera che Claudio aveva ordinato prima di partire per Merano. Ma cosa sono? Sono gocce che parlano francese dato che vengono prodotte nella Svizzera Romanda; si chiamano Serum Equi Coeur-vaisseaux e hanno un’azione positiva sul cuore e sui vasi sanguigni. Sono gocce omeopatiche ricavate da anticorpi anti organo prodotti dal cavallo. In poche parole “funzionano” come immunomodulatori. Claudio conosce molto bene questi prodotti, sa che sono innocui, nel senso che non fanno male se usati nel modo giusto. Non è come quando si usa un prodotto della chimica farmaceutica che, secondo Claudio, fa sempre male e, qualche volta fa bene. Livia fu testata prima di partire per la vacanza e si vide che avrebbe dovuto prenderne 15 gocce 2 volte al giorno. Da oggi lunedì si “succhierà” la misurazione della pressione con regolarità e, con altrettanta regolarità prenderà le gocce. Intanto ricomincerà l’attesa… la speranza di sapere come quando si aspettava il responso dell’Holter.

Arriva. Arriva la risposta. Arriva in modo burocratico. Una lettera al medico curante e, per conoscenza e cortesia a Claudio che, oltre ad essere il marito di Livia è anche medico.

La lettera inviata alla Dottoressa Canapa parla con dovizie di particolari di una tendenza ipertensiva sia diurna che soprattutto notturna. Consiglia di aumentare il medicamento contro l’ipertensione (Atacand) e prevede di riprendere il discorso dopo l’esame “Risonanza Magnetica”.

Claudio non è per niente soddisfatto. Non è convinto circa la diagnosi di ipertensione e, prima di approdare al Centro Cardiologico per far sottoporre Livia alla Risonanza Magnetica, vuole parlare ancora una volta col Dr. Bardelli. Bisogna dire che è molto gentile, accetta di parlare e non sembra aver fretta. È convinto più che mai che Livia sia un’ipertesa. Claudio che, in fondo in fondo come cardiologo è un ignorante, gli dice tutto di sì e anche che avrebbe fatto prendere a Livia un Atacand in più… senza dirgli che non l’ha mai preso.

Quando Livia ha a che fare con un medico non fa pedestremente tutto quello che le viene chiesto o imposto di fare.

Facendo un piccolo passo indietro di qualche anno quando un luminare della pneumologia le disse: “Lei signora deve mettere in conto che dovrà sopportare un paio di bronchiti o broncopolmoniti all’anno”, Livia, che aveva ancora abbastanza fiducia nelle istituzioni accademiche della medicina, si rifiutò di fare l’ennesima “spirometria”. Aveva capito che non serviva a niente e che faceva solo bene all’ospedale perché in quel modo poteva ammortizzare prima le apparecchiature.

Le istituzioni mediche, attraverso la Classe Medica, desiderano arrivare a una diagnosi, e, per arrivarci seguono degli schemi. E, sempre con un occhio agli schemi, vengono somministrati i medicamenti.

Ora a Livia viene proposto un medicamento per una “tendenza” ipertensiva. Ma Livia, anziché “buttarsi” sul medicamento, preferisce analizzarlo interrogando internet e capisce che esistono delle controindicazioni in presenza di antecedenti problemi a carico del sistema respiratorio.

“Io quell’affare non lo prendo.” dice Livia a Claudio “non vorrei stare ancora peggio.” E poi, e questo sarà di difficile o impossibile comprensione, dopo test kinesiologico, il muscolo dice NO per quel medicamento.

Nella vita di ognuno di noi, ci sono giorni che potremmo definire illuminanti, giorni cioè in cui accade quel qualcosa quasi impercettibile ai più che necessita di essere compreso e cambia la vita. Quei giorni, sono giorni della svolta o, con termini regatanti, del giro di boa. Se si piazzano bene le vele perché s’è interpretato bene il vento si può vincere la regata.

Cosa succede di così particolare?

Accadono due cose importanti, la prima apparentemente di ordinaria amministrazione, la seconda, di tale importanza e talmente speciale la sua interpretazione, per cui diventa impossibile non pensare che il benessere di Livia non possa dipendere proprio da quel momento particolare; sì, proprio così: un momento particolare.

Quel “momento particolare” che Claudio ha saputo captare, avrebbe potuto essere elaborato e compreso da qualunque medico capace di “ascoltare” le parole del paziente, solo se consapevole che le parole di chi, sofferente, cerca di raccontarsi, sono importantissime oltre che genuine. E questo non possono farlo le macchine; lo può fare solo l’orecchio empatico del medico che non ha fretta.

Da quasi due mesi, i medici che hanno visto Livia, pretendono di “vederla” quasi solo attraverso le macchine, dimenticandosi che Livia è lì e può anche essere toccata e interrogata.

 

 

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Quinto Capitolo

 

Ritorno a casa

 

Claudio, come s’è detto, non è la prima volta che va a Merano con Livia. S’è anche detto che Claudio può essere considerato piuttosto vecchio essendo nato nel 1936, lo stesso anno in cui a Merano lanciarono la Lotteria Ippica collegata alla corsa dei cavalli. In quell’occasione Claudio aveva sì e no quattro mesi di vita.

Merano però, almeno dopo la Seconda Guerra Mondiale quando Claudio cominciava a “capire” ciò che lo circondava, era famosa in Italia grazie alla lotteria, così come Monza, Agnano e Viareggio che facevano vincere tanta moneta sonante a pochissimi fortunati.

Merano nel Südtirol, diventò parte del Regno d’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale. Prima faceva parte dell’Impero Austro-ungarico e “si parlava tedesco”. Coll’avvento di Mussolini che pretese di italianizzare “tutto a tutti i costi”, così come accadde in Val D’Aosta dove si parlava francese e in Istria per chi parlava slavo, anche Meran divenne Merano e guai se qualcuno non si esprimeva in italiano.

Negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, dopo la costituzione dell’Operationszone Alpenvorland che accomunò all’Alto Adige le provincie di Trento e Belluno, non solo si parlava tedesco, ma era a Merano come essere nel Reich della Grande Germania, per cui la lingua tedesca ritornò ad essere la lingua ufficiale. Nello stesso periodo fu costituita dai nazisti anche l’ Operationszone Adriatisches Küstenland confinante con la provincia di Belluno comprendente anche la neo provincia di Lubiana. In queste due zone che furono sottratte alla giurisdizione della Repubblica di Salò, gli abitanti potevano parlare la loro lingua, e cioè il tedesco, l’italiano e lo slavo.

ALPENVORLAND (in alto a sinistra)

Finita quella terribile guerra, la provincia di Bolzano tornò all’Italia e ci furono alcuni “problemini” d’intolleranza verso la madrepatria.

Attualmente ci si può accorgere come il bilinguismo sia accettato serenamente da tutti gli abitanti del posto; meno dagli altri italiani della penisola.

Claudio, che vive in Svizzera dove si parlano ben 4 lingue, è dell’idea che, per una nazione come l’Italia sarebbe molto bello, se non addirittura auspicabile, che in alcune zone, gli abitanti potessero parlare la loro lingua senza dover subire una specie d’ostracismo. L’italiano di Bologna o di Ancona parte dal punto di vista che se un territorio si trova entro i confini della repubblica, in quel territorio bisogna parlare italiano… e non si discute. Se quell’italiano, in Alto Adige, si rivolge a qualcuno in italiano, s’arrabbia se non è capito.

Il cittadino di Bolzano o Merano ha già subito abbastanza “sevizie” per il fatto di essere nato dove si parla abitualmente una lingua diversa dall’italiano; perché non tutelarlo affinché possa mantenere in tutto e per tutto la propria identità? E non potrebbe essere un argomento assimilabile alla tanto sbandierata “biodiversità” degli ultimi decenni? Tanto più che la tutela linguistica di certe zone fa parte di una legge del 1999?

Durante il soggiorno a Merano, Claudio, che ha lavorato alcuni anni nella Svizzera tedesca e parla un po’ il tedesco, ogni volta che entra in un negozio o in un bar, si rivolge ai gestori nella loro lingua… e si sente rispondere in italiano. Quelle persone capiscono perfettamente che Claudio non è uno di lingua tedesca e, per educazione, rispondono in italiano.

“L’italiano d’Italia” soffre molto, addirittura si offende quando si accorge che nel Südtirol (o Alto Adige) l’indigeno fa finta di non conoscere la lingua italiana. L’indigeno ha una dignità, e non gli va se viene calpestata. Secondo Claudio, nello stesso modo come i Baroni della Medicina dovrebbero abbandonare i paraocchi tutte le volte che sentono parlare di omeopatia o di cromoterapia, così i Governanti dovrebbero vezzeggiare il cittadino italiano che parla un’altra lingua, ma è contento di far parte della Repubblica Italiana.

Il soggiorno a Merano finisce. Si torna a casa. Livia non sta proprio male, ma, malgrado la visita in alcune farmacie, non è riuscita a capire se è o no ipertesa. Purtroppo, Livia e Claudio non hanno potuto godersi appieno l’ospitalità degli altoatesini. Ne conserveranno un buon ricordo. Si torna a casa passando dall’Austria attraverso la Val Venosta e il Passo di Resia.

IL PASSO DI RESIA

Il Passo di Resia offre la “specialità” del lago artificiale dal quale spunta il campanile romanico del secolo XIV “residuo” del villaggio Curon Venosta distrutto e sommerso nel 1950 per produrre energia elettrica. La vista di quel campanile che fuoriesce dall’acqua ha un non so che di surreale e lascia veramente perplessi con una specie di vuoto nello stomaco misto a desolazione. Deprime dover pensare che, per un po’ di energia elettrica, molte persone abbiano dovuto soffrire e molte coltivazioni abbiano dovuto essere distrutte. Claudio sapeva del lago e credeva che quella popolazione fosse stata giustamente indennizzata. Da quello che ha trovato scritto in loco, ben il 70% della popolazione fu costretta a emigrare e ben 181 costruzioni furono distrutte prima dell’allagamento.

Pare che il progetto iniziò negli anni in cui la faceva da padrone il fascismo, per cui è comprensibile pensare che la popolazione di lingua tedesca, non ancora sufficientemente italianizzata, non ricevesse dal Governo di Roma il dovuto rispetto.

Certo che quella popolazione, dal 1939 al 1950 deve aver sofferto molto; specialmente, si pensi al fatto che ben 181 costruzioni furono distrutte con la dinamite.

Prima di passare in Austria, Livia e Claudio si fermano un poco in quel punto, e, benché l’avvenimento del riempimento dell’infuso fosse vecchio di decenni, capirono quello che poté essere il dramma di quella popolazione.

Livia ha sempre un piccolo disagio, però, durante il viaggio dichiara di avere una “stretta al collo, al cuore e al mediastino”. Sembra quasi un peggioramento della patologia. L’unica cosa da fare è arrivare a casa e poter telefonare al Dr. Bardelli; nel frattempo Claudio mette nella bottiglietta d’acqua che Livia ogni tanto beve, 20 gocce coll’energia del cristallo Zoisite. Con queste gocce la situazione migliora, e i nostri viaggiatori possono proseguire tranquillamente, e dopo il passo dell’Arlberg, andarsi a cercare un ristorante per rifocillarsi. Il viaggio infatti è ancora lungo, ma vario: prima il Voralberg austriaco, poi il Principato del Liechtenstein e finalmente la Svizzera.

Con le gocce di Zoisite il disagio di Livia migliora ulteriormente, per cui potrà affrontare la galleria del San Bernardino e raggiungere il Canton Ticino.

Arrivano bene a casa. Ha guidato sempre Claudio. Certo che un piccolo cambio di guida sarebbe stato utile! Ma Livia ora non se la sente e preferisce non guidare.

Non passano più di ventiquattrore dal giorno in cui si trovano nuovamente a casa che, si potrebbe proprio dire, per Livia e Claudio sta cominciando un ballo più che particolare.

Anche se Claudio non credeva all’ipertensione sentenziata dal Dr. Bardelli, nel senso che era convinto che l’ipertensione registrata fosse una reazione dell’organismo alla bradicardia e allo stress, sentiva come veramente terribile il bigeminismo del polso di Livia ed era convinto che fosse necessario agire a quel livello.

Claudio, come medico, è convinto che in medicina si dovrebbe, nel limite del possibile, cercare di arrivare alla diagnosi del « perché ». Non si può pensare di avere un effetto senza una causa. Livia sta male, ha cominciato a star male a un certo punto, non a pallino ; ma ci sarà stata una ragione o, così… proprio così un bel giorno il suo cuore ha deciso di fare i capricci? No, non va bene così, se il cuore di qualcuno fa i capricci, si dovrà cercare di tamponare la situazione e, eventualmente anche agire con violenza, ma poi, con calma si deve, se possibile, andare alla radice. E questo è un argomento che non esiste quasi mai nella Medicina Ufficiale.

Claudio e Livia sono appena tornati dalla settimana di vacanza a Merano. Sono contenti di essere di nuovo a casa ; erano partiti perché il Dr. Bardelli aveva detto loro che non c’era nulla di grave. Ora però ci si trova di fronte a una svolta : il Centro Cardiologico che aveva messo l’Holter, convoca telefonicamente Livia per una Risonanza Magnetica.

“Ma chi ha detto” chiede Claudio che riceve la telefonata “che mia moglie deve fare la Risonanza Magnetica?”

“Il Dr. Bardelli” risponde la signorina del Centro.

“Bene” è la risposta di Claudio “lo dirò a mia moglie e vi farò sapere”.

 

Livia prende tempo: “Adesso non ho alcuna intenzione di andare a fare la Risonanza Magnetica. Ma il Dr. Bardelli non aveva detto che non c’era nulla di grave? che non era il caso di preoccuparsi?”

“Aspetta un momento,” cerca di tranquillizzarla Claudio “a me non sembra che tu sia ipertesa e che sia necessario fare una RM. Domani passiamo in farmacia, qui vicino a casa, e facciamo misurare nuovamente la pressione.”

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Perché abbiamo dimenticato i nostri fratelli?… quelli d’Istria, Fiume e Dalmazia?

QUANTI SONO?

 

Registrazione del 28 gennaio 2018

Personaggi:
Alessandro, Albero Tasso, I Fratelli di Tasso e Panchina Rotonda.

 

Alessandro: “Buongiorno Tasso amico mio… non se ne può più.” 

Tasso: “Ciao Alessandro, cosa c’è che ti turba?”

Alessandro: “Per quest’anno non mi turba più; il 27 gennaio è finalmente passato.”

Tasso: “Ah… ora ho capito. Ti riferisci al “Giorno della memoria” e al fatto che tutti devono ricordare le cattiverie dei nazisti e delle leggi razziali del 1938 promulgate dal Regno d’Italia?”

Alessandro: “Bravissimo, vedo che hai capito.”

Tasso: “Ma certo che capisco. So che tu non sei per niente di idee fasciste, se così si può dire, e, capisco anche quello che hai nella testa. Credo che tu abbia ragione circa questa pretesa di “dover ricordare” le scelleratezze dei nazisti e dei fascisti e il parlar troppo poco di quello che son riusciti a fare i comunisti, per non parlar di Stalin.”

Alessandro: “Il mio interesse non è contro qualcuno, ma per qualcuno. È infatti assodato che molti, troppi italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, hanno pagato prezzi troppo alti dopo la disfatta delle milizie del Regno d’Italia. La Seconda Guerra Mondiale fu una catastrofe per tutta l’Italia, ma, quando la guerra finì, furono “Loro” a pagare il prezzo più salato… ma l’Italia non si curò di loro, né durante e neppure dopo e… neppure in tempi recentissimi quando Slovenia e Croazia entrarono a far parte dell’UE.”

Tasso: “Ma tu Alessandro vuoi essere vendicativo… e non va bene.”

Alessandro: “No, no, non è così, nello stesso modo come il riconoscimento dell’Olocausto non sembra voler essere vendicativo verso il popolo di Germania. La Giornata della Memoria, lo dice la parola, dovrebbe servire per ricordare, quello che desidererei io sarebbe la necessità di “sapere” cosa accadde, dato che certe politiche delle italiche genti non hanno voluto che si sapesse.

Dicono: “Giornata del ricordo”… e il 10 di febbraio dovrebbe esserlo per quello che accadde da quelle parti, ma che cosa bisogna ricordare se si sa troppo poco?”

Da Wikipedia.

Tasso: “Mi sembra importante che esista quella solennità civile istituita nel 2004, non ti sembra?”

Alessandro: “Certamente, sì, sono contento. Pensa che bello, dopo più di 50 anni… sì perché le sofferenze di quei poveretti sono iniziate l’8 settembre 1943. Il fatto che si siano ricordati di istituire questa ricorrenza è sicuramente positivo; la componente veramente tragica è che, alcuni componenti della politica italiana, nel non lontano 2015, considerano “vittimismo” il desiderio di ricordare la barbarie di quegli anni contro l’”italiano”.

I Fratelli di Tasso: “Chi sarebbero questi politicanti italiani?”

Tasso: “Cari fratelli, non sta bene parlar male di qualcuno, anche se in questo caso diventa quasi necessario dal momento che determinate asserzioni pubblicate su un “Blog dei Giovani di Rifondazione Comunista di Monza e Brianza” dimostrano la poca conoscenza della storia. Credo infatti che chi ancora inneggia al comunismo abbia studiato poco il passato… anche e particolarmente per quanto riguarda quello che volle il Partito Comunista Italiano cappeggiato da Palmiro Togliatti. È infatti abbastanza assodato che se l’Istria oggi non è più Italia e molti italiani hanno dovuto scappare dalle loro case abbandonando quasi tutto sia in buona parte conseguenza della politica comunista capeggiata da Togliatti… che sicuramente riceveva ordini direttamente da Mosca e doveva “essere gentile” col dittatore jugoslavo.”

I Fratelli di Tasso: “Ma tu dicevi che gli italiani erano stati malvagi quando invasero la Slovenia.”

Tasso: “È vero, ne parlammo. L’Esercito Italiano si comportò malissimo, non credo però che la vendetta degli slavi nei riguardi di inermi italiani possa essere giustificata. Ne potremo parlare. Non vorrei oggi parlarvi di queste “cattiverie”, ma preferisco, nella “Giornata del ricordo”, rammentare la pessima accoglienza dell’Italia verso quelle popolazioni che scappavano, se non dalla morte, da persecuzione sicura. Quelle centinaia di migliaia di italiani che, arrivati anche in modo rocambolesco in Italia, venivano o accolti come “straccioni” e messi in “Campi Profughi” per anni e anni, o addirittura trattati miseramente come fascisti.”

Alessandro: “Sì Tasso hai ragione. Che gli slavi, con la scusa della vendetta si fossero comportati male, o malissimo è assodato… e potremo riparlarne; qui, annoiati dalla memoria dell’olocausto siamo gioiosi nel prendere atto che i Governanti italiani hanno avuto bisogno di più 50 anni per accorgersi che nell’alto Adriatico molti innocenti con la cittadinanza italiana hanno sofferto finché erano “braccati” dal comunismo di Tito e hanno continuato a soffrire dopo essere riusciti a raggiungere la Penisola.”

Tasso: “Sì, credo che questa componente abbia dimostrato, da parte dei Governanti di allora una certa malvagità. Il PCI godeva tutto e li trattava come inneggianti al Nazifascismo, “gli altri” avrebbero avuto problemi maggiori… Penso però che, se non sei all’altezza di governare sarebbe meglio se andassi a coltivare cipolle.”

I Fratelli di Tasso: “Ma cosa dici mai fratellone! Però crediamo proprio che tu abbia ragione. D’altra parte, ti sembra che “Quelli di oggi” sappiano il fatto loro?”

Tasso: “Certo che sanno il fatto loro… anche se non tutti riusciranno a conservarsi la ”poltrona” alle prossime elezioni di marzo. Sanno il fatto loro solo per gli interessi personali, ma non per la popolazione che ha dato loro fiducia. Anni fa i profughi istriani stavano malissimo… “QUANTI SONO?” avremmo detto… e prima stavano bene; oggi qualche milione di italiani è povero… e prima stava bene.”

Alessandro: “OK amici, vi ringrazio per la compagnia; come avete potuto constatare non mi sono neppure seduto su Rotonda dato che ho fretta… quindi devo andare.”

Panchina Rotonda: “Volevo proprio chiederti perché non ti siedi, se ce l’hai con me.”

Alessandro: “No assolutamente… sono già in ritardo.”

Rotonda: “Per fortuna. Ciao, salutaci tua moglie.”

Tasso e I Fratelli di Tasso: “Ciao Alessandro… a presto.”

Alessandro: “Ciao a tutti.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA FINESTRA

Oggi

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