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Cosa vi dice questo francobollo?

BUDINO DI CIOCCOLATA E PANNA 1

Vi fa venir voglia di cioccolata e panna?

È un recente francobollo svizzero. Può insegnare che non bisogna mai esagerare coi dolci o… può far venire voglia di provvedere subito all’organizzazione di una buona cena col gran finale a base di budino di cioccolata e panna abbondante.

Nel mio caso, mi fa venir voglia di augurarvi le migliori Feste di fine d’anno.

ABBIATE AMORE PER IL VOSTRO PROSSIMO E… PARLANDO DI LECCORNIE… ABBIATE RISPETTO E AMORE PER VOI STESSI.

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Dedico questo articolo al mio nipotino n° 1 che proprio oggi inizia il proprio iter scolastico.

La stesura di questo mio lavoretto da bloggeur è iniziata qualche mese fa.

Abbiamo portato a casa i nipotini.
È l’ultimo giorno di asilo. Il grande andrà presto a scuola.
Per la prima volta mi ha chiesto della mia vita nell’arte sanitaria; ha voluto sapere cosa facevo come dottore e dove lavoravo. Combinazione si stava passando proprio vicino all’ospedale dove lavorai e dove mi operarono la prima e la seconda volta.

Quell’Ospedale era nuovo di zecca e in quell’Ospedale mi trovai, nel marzo del 1980, a inaugurare, come anestesista, le nuovissime sale operatorie.

L'OSPEDALE DI LUGANO

Il mio lavoro era quello dell’anestesista.

Ricordo che mi sentii lusingato a dover prestare la mia opera in quell’occasione. L’interesse era tutto professionale. In quell’occasione, che ben ricordo, ero molto più interessato alla buona riuscita tecnica di quanto stavo per fare, piuttosto che alla necessità di lenire la sofferenza del paziente. Anestetizzare qualcuno in un complesso nuovissimo di sale operatorie era come tagliare un nastro che introduce a una mostra o a una fabbrica… e l’ospedale è un po’ come una fabbrica!

Quando il nipotino mi chiese della mia vita professionale, pensai, purtroppo molto di più al mio ricovero. 

Ho dovuto pensare a quel passato piuttosto “frastornante”; al momento in cui ebbi la conferma del cancro.

Nella vita esiste indubbiamente la fortuna e la sfortuna; esiste anche la capacità di rendersi conto che non sempre la sfortuna è tale. Molte persone decisamente fortunate imprecano a più non posso quando la fase fortunata rallenta andando verso la normalità facendo loro credere di essere “sfigati”.

Già l’avevo immaginato; il giorno però in cui mi sentenziarono la vera necessità di affidarmi al chirurgo a causa di un semplicissimo cancro, pensai proprio alla sfortuna.

LA SFORTUNA!

Dopo aver fatto tutto il necessario burocratico, venne quel giorno per me “terribile” nel quale, per la prima volta nella mia vita di medico, e per giunta di anestesista, sarei passato dalla parte dei “pigiamati” obbligato a lasciar fare ai “camici bianchi”.

Il mio bellissimo e affettuosissimo nipotino mi fa ricordare, suo malgrado, quel momento tutto mio psicologicamente drammatico.

Quel momento in cui entrai in ospedale e incontrai l’infermiera che mi indicò in quale camera avrei dovuto andare, è profondamente impresso nella mia mente. In quel momento avrei voluto scappare. Fu uno di quei momenti che non dovrebbero mai verificarsi perché accadono solo agli altri.

Avevo visto frequentemente il volto smarrito di chi arrivava in ospedale sofferente e doveva ricevere le cure dalle persone della mia categoria.

FONENDOSCOPIO

Anni prima avevo percorso più e più volte quei corridoi col mio camice bianco e il mio fonendoscopio che mi permetteva di far parte della categoria degli ufficiali; ero salito e sceso innumerevoli volte su quegli ascensori alla ricerca del paziente al quale il giorno seguente avrei iniettato la pozione “magica” che l’avrebbe mandato nel mondo chimico dell’incubo; avevo utilizzato più volte quegli ascensori con la chiave che dava priorità assoluta chiamato a tentare di mantenere vitale un organismo (o un corpo) che era ormai arrivato alla fine dei suoi giorni terreni.

Mentre entravo in quella stanza con un solo letto, il mio, che odorava di pulito e che mi era stato gentilmente riservato, ricordavo anche come innumerevoli volte, alla fine di un’interminabile mattinata, immerso nella deleteria aria condizionata delle sale operatorie,  potevo crearmi un velocissimo intermezzo per rifocillarmi e riscaldarmi le ossa. Sarei ritornato poco dopo a propinare altre droghe micidiali per la soddisfazione del chirurgo e il probabile benessere del mio prossimo.

Da "OSPEDALE S. MARTINO DI GENOVA - In sala operatoria non è "sempre" così!

Potevo anche ricordare gli anni passati in sale operatorie di altri ospedali dove dovevo saper fare tutto perché ero solo e non avevo diritto di aver paura.

Anche in questo momento sono solo. L’infermiera gentilissima che non conosco, ma che imparerò a conoscere, mi accompagna in camera. C’è anche mia moglie che soffre insieme a me. Ma io sono solo. Se potessi mi bloccherei tutto e mi metterei a fare la statua… così il male non potrebbe progredire e non dovrei utilizzare quel famigerato letto. Sono solo… ma non lo dico a nessuno.

Leggo su un sito dell’Ospedale S. Martino di Genova:”   In Italia giornalmente circa 10.000 Anestesisti Rianimatori svolgono la loro opera in diversi settori, che vanno dall’assistenza anestesiologica in Sala Operatoria alle attività in Terapia Intensiva; dall’ambito della Terapia del Dolore al campo della Ossigenoterapia Iperbarica, all’assistenza domiciliare a Pazienti affetti da particolari patologie “critiche”…

Che esercito! Oggi sicuramente più numeroso che allora. Me ne capitò uno buono!

Nella mia situazione particolare non posso dire di aver avuto paura di morire; probabilmente ero terrorizzato al pensiero del dopo… anche considerando la diagnosi di partenza!

Svariate sono le ragioni per cui reputo interessante il ricordo di quei momenti; due in particolare:

La prima ragione, importantissima, è che ho imparato a conoscere i miei colleghi… specialmente per quel dopo a volte veramente difficilissimo.

La seconda ragione è che ho imparato qualcosa di unico e cioè che se si vuol fare il medico o anche lavorare a livello infermieristico bisogna usare l’amore.

È per questa ragione che posso considerarmi fortunato.

DOSSO DOSSI - Il Caso e la Fortuna

Perché fortunato? Perché malgrado svariate vicissitudini non sempre belle, al limite della potabilità, riesco a vivere in modo quasi normale ma con un bagaglio di esperienze veramente tale per cui potrei quasi soffrire di “Complesso di superiorità”.

Da quando ho cominciato a scrivere a tutt’oggi, è passato un po’ di tempo; oggi però, proprio oggi il mio nipotino va a a scuola. Oggi è il suo primo giorno di scuola. Sono sicuro che riuscirà bene… il che basta!

Un bellissimo momento di un mio ricovero, me lo diede proprio lui; e, ancora oggi quando lo racconto, mi commuovo:

Ero nel mio letto e lui mi venne a trovare con la mamma. Ero dolorante e ancora nell’impossibilità di alzarmi. Ma lui non lo sapeva, avrebbe voluto vedermi in piedi. Vide le mie pantofole, le prese e le mise silenziosamente sul mio letto; voleva che mi alzassi.

In quell’occasione aveva poco più di un anno.

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ALTRUISMO?

Questo ho trovato… apparentemente per caso e ve lo passo pari pari:

Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno.

Dio condusse il sant’uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda.

GANDHI GIOVANE AVVOCATO

Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato.

Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.

Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina.

Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo.

Il sant’uomo disse a Dio: Non capisco! E’ semplice, – rispose Dio -, essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se stessi, ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri!

Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi.

LA STATUA DI GANDHI A S. FRANCISCO

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura. La differenza la portiamo dentro di noi!

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.

Mahatma Gandhi

Mi permetto di commentare a modo mio quanto avete potuto leggere. A parte il fatto che ho trovato questo scritto di una bellezza particolare, si deve dire che, leggendolo, sembra di ricalcare il comportamento egoistico dell’umanità di tutti i tempi.

Oggi, più che mai, pensiamo al nostro “portafoglio”, cerchiamo di avere “la pancia piena”, permettiamo ogni genere di sopruso nel riguardo degli altri e brontoliamo subito se il nostro tornaconto non viene soddisfatto.

Se non sapessimo che viene da Gandhi, ci accorgeremmo subitissimo che la “differenza” è l’uso quotidiano dell’Amore. Senza diventare filantropi o aspiranti al premio Nobel per la pace, ogni livello della nostra vita potrebbe cambiare radicalmente se regolarmente pensassimo “in modo concreto” a chi ci circonda.

Basterebbero pochi “pensieri” concreti al giorno per arrivare a vedere la differenza… e questo anche nei riguardi del pianeta che ci ospita.

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GIOIA, MODERAZIONE E QUIETE CHIUDONO LA PORTA IN FACCIA AL DOTTORE.

Chi ha scritto queste parole? Qualcuno che ce l’aveva a morte coi medici? Non credo. A scriverlo fu Henry Wadsworth Longfellow

LONGFELLOW

Questo simpatico barbuto signore morto nel 1882 era un poeta Statunitense.

Fu, tra l’altro, promotore del “Circolo Dante” atto a promuovere la conoscenza della DIVINA COMMEDIA negli Stati Uniti.

Quest’uomo, con questa bella barba bianca, famoso anche in Europa, ebbe alcuni momenti della vita difficili e tristi. La moglie morì dopo essersi paurosamente ustionata. Anche lui si ustionò particolarmente in faccia dopo che tentò di spegnere le fiamme che avevano avvolto la moglie.

In seguito a quelle ustioni sul viso, non gli fu più possible radersi. Questa è la ragione per cui è conosciuto con quella fluente barba.

Analizziamo ora queste tre parole da lui scritte: Gioia, moderazione e quiete.

Francobollo degli Stati Uniti dedicato a LONGFELLOW

Non vi sembra di leggere quanto scriveva la Scuola Salernitana?

O ha copiato o, molto probabilmente, dopo aver constatato le difficoltà della vita, si è reso conto di questa possibilità.

La possibilità cioè di non dover chiedere aiuto alla medicina.

La GIOIA dovrebbe essere in noi predominante… anche nel lavoro. 

Questo del lavoro collegato alla gioia potrebbe essere lo spunto per molte righe. Quante persone fanno un lavoro che piace? O sono di più le persone che si sentono obbligate a fare un lavoro che non piace? O addirittura manca la voglia di “fare” e, per giunta si deve fare ciò che assolutamente non piace?

Se poi prendiamo in considerazione il modo di dire:

“IL LAVORO NOBILITA L’UOMO E LO RENDE SIMILE ALLA SCIMMIA”

risulta allora chiarissimo che la gioia va a farsi friggere e il medico si ritrova pronto a suonare il campanello di casa.

Non prendo qui in considerazione altre “penurie” di gioia frequentissime in molte economie domestiche e… altrove.

La MODERAZIONE dovrebbe far parte delle regole di vita di ogni giorno. Moderazione nel mangiare, nel bere,

Moderato nel bere? (da Biffivarese)

nel fare sport, nel fare il tifo alla squadra del cuore, nell’andare a letto tardi, ecc. Sarebbe, a dir poco, meraviglioso se anche i nostri politici fossero “moderati” nell’insultarsi e gli scontenti della popolazione fossero altrettanto moderati nell’insultare il politico che considerano colpevole.

È inutile dirlo, la mancanza di moderazione apre lentamente la porta al medico.

La QUIETE è una fantastica componente del nostro “vivere”. Appunto! Se vogliamo vivere, ogni tanto, almeno ogni tanto, abbiamo bisogno di quiete.

LA QUIETE

Eppure, nell’arco della giornata la vera quiete è diventata un miraggio. Dobbiamo sempre correre; dobbiamo sempre confrontarci con problemi di ogni genere; dobbiamo “arrivare alla fine del mese”; dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo…

L’assurdo è che, quando finalmente crediamo di essere immersi nella quiete, siamo letteralmente attraversati e “violentati” da infinità di onde più o meno elettromagnetiche (radio, televisione, telefonini, radar, autovelox e odio) o addirittura “onde” nucleari.

Noi non ce ne accorgiamo. Siamo nel silenzio più assoluto ma una quantità inimmaginabile di “telefonini” attraversano l’aere e infestano il nostro sistema energetico. Perché, ogni tanto, non spegniamo questo benedetto telefonino e passiamo solo 24 ore senza inviare SMS?. Sarebbe possibile ugualmente continuare a vivere? Vogliamo proprio, a tutti i costi che il medico trovi spalancata la porta di casa nostra?

E perché non “stimolare e inquinare” l’atmosfera con sentimenti d’amore?

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L’elettronica ha fatto passi da gigante… e chissà quanti ancora ne farà. Ha permesso il massimo per “comunicare”.
Guardate un po’ questa vignetta:

Da "La Settimana Enigmistica"

Se leggerete questo articolo potrete sorridere (o piangere):

http://liberamentelei.wordpress.com/2011/05/04/detenute-tentano-di-rimanere-incinte-con-il-seme-dei-carcerati-

Non credo sia possibile quello che sperano le carcerate. Se dovesse essere possibile, i ginecologi che hanno trafficato tanto per far diventare Gianna Nannini ancora più famosa, rischierebbero la disoccupazione.

La mia Riflessione è ora questa.

I nostri figli saranno frutto dell’Amore o della tecnologia?

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Ho letto recentemente su “IL CAFFE'”

Io sto viaggiando a tutto vapore verso l’anzianità.

Ai miei tempi solo la parola “sesso” era una parolaccia. Immaginiamoci tutto il resto!

Spero nel vostro punto di vista. Eccovi l’articolo ben leggibile:

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Scorrendo velocemente “L’Illustrazione Ticinese” che ricevo regolarmente, mi sono imbattuto in questo titolo:

TITOLO DELL'ARTICOLO

L’ho letto. Articolo senza particolari pretese ma interessante (nel senso che desta interesse).La risposta dell’articolista è positiva.

A questo punto ho cominciato a pensare; i miei pensieri sono andati al Blog che da un anno abbondante mi evita, con certezza matematica, l’utilizzazione della parola noia. Anche prima non mi annoiavo mai e avevo sempre qualcosa da fare. Ora però, grazie anche ai già menzionati “Autobiografi”, il mio pensiero è molto più frequentemente in attività e raggiungo con maggiore facilità quelle circonvoluzioni cerebrali dove sono “assopiti” pensieri e ricordi.
Il Blog mi obbliga e mi permette di mettere per iscritto pensieri remoti e mi aiuta a collegarmi con quella rete virtuale che nasconde una quantità inimmaginabile di possibili lettori o “acquirenti” di certe sopite conquiste.
Il ricordo è una conquista. L’acquirente (virtuale fino a un certo punto) è il “collega” più o meno lontano che accetta, e acquista più o meno inconsapevolmente, alcuni miei pensieri e, a sua volta, si trova inconsciamente a mettere in subbuglio le proprie circonvoluzioni cerebrali.
Mettere a disposizione di altri certi propri ricordi, oltre a stimolare i ricordi altrui, crea dei rapporti di quasi “complicità” che, in ultima analisi può rasentare l’amicizia (se preferite colla a minuscola).
Alle volte è proprio lo scrivere e la ricerca della parola più opportuna, uno stimolo meraviglioso a rammentare, ovvero a far riesumare motivi negativi o positivi.
Andare al passato diventa terapeutico. Mettere a fuoco avvenimenti lontani può aiutarci nella nostra programmazione.
Ritornando all’articolo che ha stimolato l’Articoletto, vi mostro con piacere sorridente questa bellissima vignetta trovata nella Settimana Enigmistica.

DA "LA SETTIMANA ENIGMISTICA"

Se, grazie a Internet, si può arrivare a sentir battere il cuore più forte, sembra proprio che sia possibile una vera e costruttiva amicizia.
Addirittura, qualche volta mi son trovato, dopo aver letto un articolo o un commento, a pensare di prendere il telefono per comunicare meglio nell’interessante rapporto che si era venuto a creare.

Sarà interessante leggere cosa ne pensano i miei cari lettori e “amici”.

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