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Posts Tagged ‘Guerra’

Questo succede in Svizzera, ma penso che accada anche altrove.

Ho letto sulla rivista della Cassa Malati Helsana che, lentamente chi dovrà essere curato, sarà curato, sempre di più ambulatoriamente. Il paziente sofferente dovrà soffrire sempre di più fra le pareti domestiche.

E gli ospedali? Gli ospedali ci saranno sempre di più per gratificare chi ci lavora dentro? Forse.

Ecco cosa si può leggere in questo specchietto:

Da HELSANA

Da HELSANA

Prendiamo in considerazione la “banale” tonsillectomia. Oggi la tonsillectomia è una operazione che può essere fatta bene. A me le tonsille furono “strappate” con lo Sluder (che è uno strumento credo obsoleto) senza alcun tipo di anestesia. Non so ancora se si usava così o se si faceva così perché c’era la guerra.

da Helsana

da Helsana

Lo ricordo bene. Mi fa male ancora adesso.

Oggi è un’operazione che può avere anche dei “problemini” postoperatori per cui sarebbe meglio stare in ospedale con la giusta assistenza.

Ma l’assistenza dovrebbe essere non solo per chi viene tonsillectomizzato, ma anche per i parenti che si trovano a dover sorvegliare una situazione assolutamente fuori dall’ordinario.

C’è un altro intervento che diventerà ambulatoriale: L’ernia inguinale.

Helsana - Ernia inguinale

Sono d’accordo sul fatto che l’intervento potrà essere fatto in anestesia locale, ma è un intervento chirurgico addominale; e tutto può succedere! I parenti possono venir istruiti molto bene, ma dopo l’operazione c’è il dolore da gestire e la ripresa della funzionalità intestinale e, alle volte, la difficoltà a orinare. Finché va tutto benissimo e il paziente sopporta bene il dolore, la situazione è gestibile, ma appena qualcosa non va entra in crisi un’intera famiglia. L’ospedale non c’è mica solo per rattoppare. L’ospedale è per curare e lenire le sofferenze… e non deve guadagnare; è, e dovrebbe essere al servizio della popolazione e non al servizio di chi ci lavora dentro e possa diventare presuntuoso come chi crede di gestire la vita degli altri.

E poi c’è l’alluce valgo. Sembra un intervento banale… e forse lo è per chi lo sa fare.

Helsana - Alluce valgo

Ma è un intervento che fa male. Quando se ne va l’effetto dell’anestesia… fa male; e se si è in ospedale sorretti da personale qualificato è più facile gestire il tutto.

Ma insomma! In Svizzera si paga fior di quattrini per la Cassa Malati, e, essendo la Cassa Malati un’Assicurazione, vuole guadagnarci. E l’Ospedale? Anche lui vuol guadagnare. Ma perbacco bisognerebbe mettersi nella testa, anche e soprattutto in Italia, che l’Ospedale è al servizio della popolazione… perché la popolazione paga allo Stato e lo stato deve provvedere anziché prendere in giro tutti con discussioni inutili.

Il popolo ha diritto di essere curato; curato per bene e cioè nel modo migliore.

Finché il cittadino non capirà che è lo Stato al servizio del cittadino, continuerà a subire le sevizie di un servizio… al servizio del soldo superiore.

Il cittadino deve difendersi e deve reagire; ma deve farlo finché si trova in uno stato di buona salute. Se aspetta a farlo quando è malato e ha bisogno di cure… è troppo tardi.

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Nell’Articoletto 17 sviluppai in parte la paura dello scolaro terminando con un ricordo veramente amaro e cioè il titolo di un tema che mi distrusse: PERCHÈ AMO L’ITALIA.

La Guerra, quella Guerra Mondiale che distrusse vite umane in ogni angolo del pianeta e che ci dimostrò, forse per la prima volta, che a far le spese di un conflitto non sarebbero stati solo gli eserciti ma soprattutto gli inermi civili, era finita da poco più di un anno.

A quei tempi, coll’Aviazione che arrivava dappertutto nessuno riusciva più a sentirsi tranquillo e, in qualunque momento, era possibile sentire sulla propria testa il rombo di un aereo unitamente alla “musica” del mitragliamento.
Accadde a mio padre che solo per pura fortuna, o grazie a coincidenze particolari, riuscì a rincasare dal lavoro. Era ancora sul tram quando il suono dell’Allarme consigliò al manovratore di fermarsi. Mentre la maggior parte dei viaggiatori scendeva e si dirigeva correndo verso i “rifugi” poco lontani, mio padre, che vide sopra la propria testa il primo aereo in picchiata, preferì scendere nello scantinato di una casa diroccata e pericolante da un precedente bombardamento.

il bombardamento più sanguinoso, più perverso, più inutile della storia... QUELLO DI DRESDA

Cercò di considerare la “stabilità” dei muri ancora esistenti e attese, con calma apparente, che la “musica bellica” si allontanasse.
Quando, sano e salvo, riemerse dalle profondità dello scantinato si rese con raccapriccio conto che tutti quelli che avevano tentato di raggiungere il rifugio, erano tragicamente morti sotto le bombe sganciate da quel primo aereo in picchiata.

Accadde all’amico medico di mio padre. Lo incontrò vicino alla fermata del tram. Erano in periferia; il medico, che era poi un cattedratico dell’Università doveva andare in centro. Anche per lui il mezzo di locomozione normalmente usato era il tram.
A questo punto può essere necessario ricordare al lettore che a quei tempi fatti di paure, privazioni, stenti, morti e sofferenze, incontrare un buon conoscente col quale poter scambiare quattro chiacchere, era l’equivalente oggi di una allegra cena con amici. Quei tempi terribili obbligavano ogni giorno a “lottare” per sopravvivere.
Noi bambini non ci potevamo rendere conto di quanto potesse essere difficile e problematico arrivare al giorno dopo. Per noi era la normalità… Eravamo cresciuti in questa normalità…
Mentre mio padre chiaccherava amabilmente con quel medico, ecco arrivare il tram. Il medico si congeda e sta per salire sul tram, quando mio padre, riesce insistentemente a prolungare le chiacchere. “Ma prenda il prossimo tram. Di questi tempi è così difficile e raro potersi scambiare pensieri positivi!”. Il medico accettò e salì sul tram seguente.
Quando mesi dopo i due ebbero occasione di incontrarsi, le prime parole che quel medico disse a mio padre, furono:”Lei mi ha salvato la vita!”. Naturalmente mio padre “cascò dale nuvole” e chiese spiegazioni. “Ricorda quel giorno in cui ci trovammo affabilmente a chiaccherare e lei mi “impedì”, per continuare la nostra conversazione, di prendere il primo tram? Ebbene quel tram si trovò “vittima” coi suoi occupanti di un improvviso bombardamento nel quale morirono molte persone”.
Naturalmente mio padre fu felice di apprendere una siffatta positiva coincidenza.

Quella Guerra da poco finita, finì grazie anche, o probabilmente grazie all’intervento dei partigiani. L’operato dei partigiani non era innocuo e neppure all’acqua di rose. In certe situazioni fu determinante per il futuro dell’Italia. Era però, in molte occasioni, fonte di “attriti” fra gli italiani, di tale intensità, per cui l’odio faceva da padrone e infiammava gli animi più del patriottismo.
Le fucilazioni sommarie di appartenenti alle fazioni opposte erano all’ordine del giorno e i cadaveri sparivano nel nulla, si diceva negli alti forni.
Nessuno sapeva che Yalta aveva segretamente decretato in che zona di influenza sarebbe finita l’Italia.

I GRANDI DELLA TERRA NEL 1945

Nenni e Togliatti avevano ricevuto il Premio Stalin e Genova aveva, se non vado errando, un sindaco Comunista.

Il sottoscritto, dopo l’esame d’ammissione, fu mandato a scuola dai Gesuiti che, anche se deputati a predicare l’amore, non andavano molto d’accordo coll’ideologia marxista.

Ero approdato alla prima media dopo aver “riparato” il tema di italiano. Dalle suore ero passato ai Gesuiti perfettamente allineati all’onestà e alla carità ma sempre a fare i conti con “ENTRATE e USCITE”.

Non vi so dire se fu per necessità economiche o per superficialità, il prof mio di lettere era alle prime armi. Ce la metteva tutta ma aveva sicuramente scarsa esperienza e aveva dimenticato di considerare che i suoi alunni erano usciti da poco da una guerra devastante… anche per gli animi e la coscienze.

Un ragazzino della mia età che aveva visto o sentito di morti assurde e che si era trovato a convivere coll’odio che animava quelle coscienze, che dapprima fasciste avevano “dovuto” convertirsi, come poteva considerare la terra nella quale viveva?  Può solo essere soddisfatto se può continuare a mangiare decentemente e se non è costretto da assurdi divieti. In poche parole se può assaporare un poco l’essenza della libertà.

In questo contesto, già allucinato e terrorizzato dall’incapacità di fare i temi, mi ritrovai a dover fare un tema così: PERCHÈ AMO L’ITALIA.

Non sapevo neppure cos’era esattamente l’Italia. Ne conoscevo un po’ la geografia grazie alle gigantesche carte murali delle aule.

Forse quelle carte, fra l’altro, includevano ancora la VENEZIA GIULIA fino a Pola!

Che ne sapevo se amavo l’Italia! Dovevo amarla? Cos’era l’Amore dopo tanto odio?

LA PAURA

Mi prese intensa e paralizzante la PAURA. Quell’incompetente prof mi aveva costretto, ancora una volta, ad aver paura per uno stupido tema. Per fortuna che la paralisi (la paura paralizza) mi permise di salvare quelle cellule cerebrali che mi consigliarono di mimare un malessere.

Un malessere, vero o falso, onesto o diplomatico, non importa di che tipo, mi salvò da un pessimo voto.

Era il voto la parte più importante della scuola… non era la possibilità di apprendere!

La possibilità di apprendere dovrebbe essere parte integrante della scuola. Bisognerebbe inculcare negli insegnanti la priorità di essere interessanti con le loro materie. Insegnare tanto per farlo o, ancor peggio, tanto per averlo fatto può creare paure e resistenze tali per cui nulla riuscirà a dissiparle.

Mi sono sempre trascinato la “paura” per ogni esame.

Possano gli insegnanti crearsi un punto di vista diverso nel valutare l’alunno svogliato, fannullone o menefreghista!

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ARTICOLETTO 4

Sono sempre i nipotini a stimolare i miei ricordi e i miei articoletti.
Questi due affettuosi e simpaticoni, durante uno spostamento in auto, sentono la sirena di un’ambulanza.
Cosa c’è di più bello che mimare il suono di una sirena? Questi simpatici bimbetti, all’unisono lo mimano allegramente.. Nell’abitacolo di un’automobile potrebbe essere fastidioso per chiunque. Non per due Nonni che gioiscono nel sentire la fresca gioventù.

Dopo svariati minuti smettono di “gridare la sirena”. Nella mia mente si fa largo il ricordo di un episodio al tempo stesso tragico e simpaticissimo.

Dovete sapere che io sono, si fa per dire, “figlio di Mussolini”. Sono nato negli anni in cui, sempre si fa per dire, “si facevano i figli per la patria”. Ho quindi vissuto la Seconda Guerra Mondiale con tutti i suoi disagi, le sue pene e forse qualche pregio. Coll’animo però di un bimbo innocente che non può capire un modo di vivere differente.

MULTEDO DAL MARE

Quando suonava la sirena (che per noi era l’allarme), di giorno o di notte non importa, bisognava correre nel rifugio e aspettare la fine del bombardamento.

Il rifugio della casa in cui sono nato era semplicemente nelle cantine dell’abitazione. Ricordo dei robusti tronchi di legno, dal pavimento al soffitto. Avevano la funzione di evitare il crollo totale qualora una bomba avesse raggiunto la nostra casa. Non era una casa unifamiliare. C’erano circa 10 appartamenti e, quando suonava l’allarme, gli abitanti di tutta la casa si ritrovavano nella cantina-rifugio. Naturalmente quelli dei piani alti dovevano scendere un numero di rampe maggiore. Non ricordo se nel palazzo c’era un ascensore. Probabilmente sì. Certo che, in simili frangenti, nessuno si sognava di prendere l’ascensore! Sarebbe stato troppo pericoloso.

C’era però la solidarietà.


Quelli dei piani più alti, quando scendevano, passavano davanti alla porta dei condomini abitanti più in basso, bussavano energicamente alla porta comunicando l’attualità dell’allarme. Non c’era tempo da perdere! La discesa dai piani alti era concitata. Bisognava raggiungere velocemente il rifugio. Nessuno poteva sapere se era un allarme aereo o navale, ed era impossibile sapere quando sarebbe iniziato il bombardamento… se non era già in atto.

Una volta raggiunto il rifugio, che, come detto, era la cantina della casa “rinforzata”, si rimaneva seduti, con le orecchie tese, guardando nel vuoto nell’attesa della fine del bombardamento con la trepidante speranza di non essere colpiti.

Non ricordo se si rimaneva in silenzio o se c’erano discussioni o scambi di opinioni. Si stava seduti su delle panche e venivano dimenticati gli screzi che potevano esserci normalmente fra condomini.

L’allarme poteva suonare indifferentemente di giorno o di notte. L’allarme notturno era il più brutto.
Dal punto di vista metereologico, ricordo però che si preferivano le serate e le nottate con nuvole o pioggia. Nelle notti serene o con poche nuvole era più facile subire gli attacchi aerei delle Fortezze Volanti, così si chiamavano gli aerei che venivano a bombardare le città. Arrivavano in stormi che ricordo come “assordanti” e cioè tragicamente spiacevoli. Era un rumore fatto di morte.

FORTEZZE VOLANTI - DA AEREIMILITARI.org

Si viveva un’atmosfera carica di tensione. Alla sera ci si interrogava e ci si chiedeva se la notte sarebbe trascorsa tranquilla o con la necessità di dover precipitosamente scendere in rifugio. Io avevo circa 6 anni. Avevo un fratello maggiore di me e uno dell’età di 3 anni. Dormivamo nella stessa stanza. Non ricordo bene la piantina dell’appartamento. Ricordo però che dormivamo tutti nella stessa stanza. Si sa, le stanze di quei tempi erano molto più spaziose di quelle attuali.

La nostra vita era quella di tre bambini abituati alla guerra. La guerra faceva parte della normalità e, faceva parte della normalità sentire la stridula sirena dell’allarme.

Nello stesso modo come i miei nipotini si sono divertiti a imitare la sirena dell’ambulanza senza giustamente interrogarsi sul significato della stessa nonchè sul possibile significato di “sofferenza” evocato dalla sirena, noi tre piccoletti e sicuramente simpaticoni, una bella sera, quando già eravamo a letto ma ancora non avevano spento la luce della nostra stanza, intonammo all’unisono l’imitazione della sirena. Non considerammo assolutamente le possibili conseguenze.

L’imitazione e il volume si dimostrarono così significativi per cui, qualche minuto dopo si sentì il concitato bussare alla porta di casa col grido:”È l’allarme” degli inquilini del piano di sopra. Stavano scendendo precipitosamente le scale e, colla solidarietà “di allora” avvertivano chi avrebbe potuto, già addormentato, non aver sentito la sirena.

I miei genitori si precipitarono a tranquillizzare i vicini comunicando gli autori del misfatto. Noi fummo zittiti probabilmente con un pizzico di violenza. Non ricordo con precisione la reazione dei miei genitori. A quei tempi, verso i bambini non c’era la permissività oggi imperante. Era inoltre difficile “viziare” un bimbo. Infatti, all’inizio dell’articoletto, quando mi permisi di menzionare, relativamente alla Guerra, l’esistenza di “qualche pregio” intendevo la capacità di sopravvivere considerando il “sacrificio” come ordinaria amministrazione.

La guerra, qualche volta, ci faceva essere più buoni e più solidali.

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