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IL NODO

Ieri, ovvero abbastanza giorni fa, i nipotini sono venuti a pranzo dai Nonni. Il grande sperava tanto nel polpettone. È stato esaudito; ne ha mangiato a sazietà e ha detto:”Tutto quello che fa la Nonna è buono“.
Immaginatevi la gioia della Nonna.

Dopo mangiato sono ripartiti, ma, prima di uscire si sono rimessi le scarpe. Il grande aveva delle scarpe con le stringhe e mi ha fatto vedere che ha imparato a fare il nodo. Sta proprio crescendo! E pensare che alla fine di quest’anno andrà a scuola.

Oggi ho ripensato a quello sforzo di imparare a fare il nodo alle scarpe. Si è fatto spazio nella mia mente un momento particolare e importantissimo della mia vita professionale. E cioè quando laureato da un paio d’anni, dopo un periodo nell’ambito dell’anestesia in una delle maggiori facoltà di medicina della Svizzera tedesca, iniziai l’attività chirurgica in un ospedale senza pretese di una bella cittadina sulla sponda di un piccolo lago.

Ridente cittadina della Svizzera tedesca

Come sicuramente i miei lettori sapranno, ad ogni attività chirurgica sono collegati i fili e la capacità di eseguire dei nodi.

Non è durante lo studio universitario che si impara a fare i nodi chirurgici. Nello studio universitario, almeno ai miei tempi, si apprendevano moltissime teorie, ma poche attività pratiche. Salvo rari casi, si esce dall’Università col dottorato in tasca, un’infinità di nozioni mediche, ma nessuna, o quasi nessuna nozione psicologica; qualche nozione psichiatrica ma nessuna capacità di fare nodi.

Sicuramente un qualsivoglia barcaiolo è molto, ma molto più bravo!

Come iniziai la mia attività in quel piccolo Ospedale (lo scrivo colla O maiuscola perchè ebbi la possibilità di imparare molto anche dal lato umano) mi trovai di fronte alla necessità di saper fare molto in quasi tutti i campi della medicina. Come dicevo l’ospedale era piccolo ma aveva degli ottimi Maestri e delle bravissime ostetriche nonché un personale infermieristico di primordine.

La mia vita, in quell’ospedale, scorreva relativamente tranquilla. Vivevo nell’ospedale, mi rifocillavo in una simpatica stanzetta che fungeva da “sala da pranzo per i medici” e non dovevo mai andare a casa dato che quella era la mia casa.  La mia stanza, quella dove conservavo ogni mio avere e ogni mio hobby, era proprio in un corridoio in faccia alla sala parto. Era “protetta” da una doppia porta per difendermi, specialmente di notte, da rumori “molesti” provenienti dalla sala parto. La chiave di “casa mia” era la chiave dell’ospedale. Infatti alla sera la porta veniva chiusa, e salvo urgenze, veniva riaperta la mattina seguente. Anche a causa delle urgenze la tranquillità era “relativa”. Se, nottetempo un cittadino sofferente andava al Pronto Soccorso, suonava il campanello e la Suora di turno accorreva ad aprirgli e a fornirgli tuti i “soccorsi” necessari. Allertava il Medico di Guardia e tutti quanti avrebbero potuto essere utili per assistere i problemi di quella persona.

Come dicevo l’Ospedale era piccolo e la vita poteva essere tranquilla. Questo ospedale era di una certa importanza con un Primario che, oltre ad essere un uomo di scienza, era anche molto “umano” . Le urgenze notturne non erano molto frequenti ma, se si considera che, non solo quello era l’Ospedale della zona dove maggiormente le donne venivano a partorire, ma che si trovava nell’asse Nord-Sud molto frequentato da uomini d’affari e vacanzieri, in certi periodi dell’anno, anche nottetempo l’Ospedale e il suo personale non dormivano sonni tranquilli. Per questa ragione, nelle serate di libertà, quando “tornavo a casa” in ore piccole, potevo trovarmi a incontrare vari colleghi di lavoro.

Torniamo all’argomento “nodi”. È impossibile un “decente” approccio chirurgico senza saper fare velocemente almeno un nodo. Ve lo presento in tutta la sua sequenza così come l’ho trovato su Wikipedia.

Ve lo presento soprattutto per il fatto che, dopo tanti anni, è stato bellissimo trovare queste illustrazioni:

Nodo chirurgico 1

dimostrano la prima posizione. Segue naturalmente la numero due,

Nodo chirurgico 2

alla quale seguirà  la 3.

In queste figure l’operatore ha fatto passare il filo da annodare sotto due fili. Quando dovevo allenarmi, usavo la maniglia della porta della mia camera.

Nodo chirurgico 3

Ora, prima di passare alla fase 4 si può constatare un coinvolgimento di quasi tutte le dita della mano destra.

Bisogna anche aggiungere un particolare di primaria importanza: Le mani della fotografia sono nude; nella realtà le mani hanno i guanti.

Nodo chirurgico 4

Come si può capire facilmente, fa tutto, o quasi tutto, la mano destra.

Era molto importante imparare a farlo velocemente. Infatti, quando si dovevano fare delle suture, non vado troppo nei particolari, si dovevano fare file di nodi e ogni nodo veniva ripetuto più volte.

Passiamo ora alla fase 5:

Nodo chirurgico 5

Il nodo è quasi pronto da tirare.

Non so se, dopo aver visto questa sequenza vi sarà venuta la voglia di prendere un piccolo spago, attaccarlo alla maniglia della porta e provare.

Non sarà necessario. In tutta sincerità, nel pubblicare questa sequenza, mi è sembrato proprio di ritornare a quei tempi.

Questa è la penultima fase:

Nodo chirurgico 6

Fra poco si potrà, finalmente fare il primo nodo chirurgico. Il primo di una lunghissima serie per chi dedicherà la propria vita al servizio della salute, vorrà fare il medico ed eviterà certe occasioni che potranno farlo diventare un commerciante.

Naturalmente, per fare il chirurgo bisogna avere moltissime altre nozioni. La manualità è però di primaria importanza.

Vediamo ora l’ultima fase:

Nodo chirurgico 7

Ora possiamo stringere… ma non troppo e neppure troppo poco. Sotto le nostre mani ci sono dei tessuti vivi.

Guai stringere troppo!

Se non vi è piaciuto seguire questa sequenza, spero tanto di avere il vostro perdono.

Se vi è piaciuta, sono molto contento. E chissà che, ancora una volta, non sia riuscito a farvi ricordare momenti della vostra gioventù in cui dovevate assolutamente imparare piccole importantissime manualità?

In quell’ospedale ho passato ben un anno e mezzo; due inverni durante i quali il cielo era quasi sempre grigio e l’atmosfera decisamente fredda. Ci sarebbero molte cose da raccontare sulla vita di un giovane medico che ha molto da imparare… e dare.

Termino  raccontandovi quanti erano i tempi di libertà settimanali e quanto poteva essere necessario lavorare.

Ero libero un sabato (dalle 14.00 circa) e una domenica ogni due settimane. Rispondevo della mia presenza (giorno e notte) uno o due giorni alla settimana e il week end in cui non ero libero.

Mi trovai, causa urgenze, a lavorare ininterrottamente per 72 ore. Oggi non accade più; a quei tempi era così.

Ho voluto spezzare una piccola lancia in favore di quei miei colleghi che hanno voluto con sacrificio imparare e lavorare onestamente. 

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