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ARTICOLETTO 4

Sono sempre i nipotini a stimolare i miei ricordi e i miei articoletti.
Questi due affettuosi e simpaticoni, durante uno spostamento in auto, sentono la sirena di un’ambulanza.
Cosa c’è di più bello che mimare il suono di una sirena? Questi simpatici bimbetti, all’unisono lo mimano allegramente.. Nell’abitacolo di un’automobile potrebbe essere fastidioso per chiunque. Non per due Nonni che gioiscono nel sentire la fresca gioventù.

Dopo svariati minuti smettono di “gridare la sirena”. Nella mia mente si fa largo il ricordo di un episodio al tempo stesso tragico e simpaticissimo.

Dovete sapere che io sono, si fa per dire, “figlio di Mussolini”. Sono nato negli anni in cui, sempre si fa per dire, “si facevano i figli per la patria”. Ho quindi vissuto la Seconda Guerra Mondiale con tutti i suoi disagi, le sue pene e forse qualche pregio. Coll’animo però di un bimbo innocente che non può capire un modo di vivere differente.

MULTEDO DAL MARE

Quando suonava la sirena (che per noi era l’allarme), di giorno o di notte non importa, bisognava correre nel rifugio e aspettare la fine del bombardamento.

Il rifugio della casa in cui sono nato era semplicemente nelle cantine dell’abitazione. Ricordo dei robusti tronchi di legno, dal pavimento al soffitto. Avevano la funzione di evitare il crollo totale qualora una bomba avesse raggiunto la nostra casa. Non era una casa unifamiliare. C’erano circa 10 appartamenti e, quando suonava l’allarme, gli abitanti di tutta la casa si ritrovavano nella cantina-rifugio. Naturalmente quelli dei piani alti dovevano scendere un numero di rampe maggiore. Non ricordo se nel palazzo c’era un ascensore. Probabilmente sì. Certo che, in simili frangenti, nessuno si sognava di prendere l’ascensore! Sarebbe stato troppo pericoloso.

C’era però la solidarietà.


Quelli dei piani più alti, quando scendevano, passavano davanti alla porta dei condomini abitanti più in basso, bussavano energicamente alla porta comunicando l’attualità dell’allarme. Non c’era tempo da perdere! La discesa dai piani alti era concitata. Bisognava raggiungere velocemente il rifugio. Nessuno poteva sapere se era un allarme aereo o navale, ed era impossibile sapere quando sarebbe iniziato il bombardamento… se non era già in atto.

Una volta raggiunto il rifugio, che, come detto, era la cantina della casa “rinforzata”, si rimaneva seduti, con le orecchie tese, guardando nel vuoto nell’attesa della fine del bombardamento con la trepidante speranza di non essere colpiti.

Non ricordo se si rimaneva in silenzio o se c’erano discussioni o scambi di opinioni. Si stava seduti su delle panche e venivano dimenticati gli screzi che potevano esserci normalmente fra condomini.

L’allarme poteva suonare indifferentemente di giorno o di notte. L’allarme notturno era il più brutto.
Dal punto di vista metereologico, ricordo però che si preferivano le serate e le nottate con nuvole o pioggia. Nelle notti serene o con poche nuvole era più facile subire gli attacchi aerei delle Fortezze Volanti, così si chiamavano gli aerei che venivano a bombardare le città. Arrivavano in stormi che ricordo come “assordanti” e cioè tragicamente spiacevoli. Era un rumore fatto di morte.

FORTEZZE VOLANTI - DA AEREIMILITARI.org

Si viveva un’atmosfera carica di tensione. Alla sera ci si interrogava e ci si chiedeva se la notte sarebbe trascorsa tranquilla o con la necessità di dover precipitosamente scendere in rifugio. Io avevo circa 6 anni. Avevo un fratello maggiore di me e uno dell’età di 3 anni. Dormivamo nella stessa stanza. Non ricordo bene la piantina dell’appartamento. Ricordo però che dormivamo tutti nella stessa stanza. Si sa, le stanze di quei tempi erano molto più spaziose di quelle attuali.

La nostra vita era quella di tre bambini abituati alla guerra. La guerra faceva parte della normalità e, faceva parte della normalità sentire la stridula sirena dell’allarme.

Nello stesso modo come i miei nipotini si sono divertiti a imitare la sirena dell’ambulanza senza giustamente interrogarsi sul significato della stessa nonchè sul possibile significato di “sofferenza” evocato dalla sirena, noi tre piccoletti e sicuramente simpaticoni, una bella sera, quando già eravamo a letto ma ancora non avevano spento la luce della nostra stanza, intonammo all’unisono l’imitazione della sirena. Non considerammo assolutamente le possibili conseguenze.

L’imitazione e il volume si dimostrarono così significativi per cui, qualche minuto dopo si sentì il concitato bussare alla porta di casa col grido:”È l’allarme” degli inquilini del piano di sopra. Stavano scendendo precipitosamente le scale e, colla solidarietà “di allora” avvertivano chi avrebbe potuto, già addormentato, non aver sentito la sirena.

I miei genitori si precipitarono a tranquillizzare i vicini comunicando gli autori del misfatto. Noi fummo zittiti probabilmente con un pizzico di violenza. Non ricordo con precisione la reazione dei miei genitori. A quei tempi, verso i bambini non c’era la permissività oggi imperante. Era inoltre difficile “viziare” un bimbo. Infatti, all’inizio dell’articoletto, quando mi permisi di menzionare, relativamente alla Guerra, l’esistenza di “qualche pregio” intendevo la capacità di sopravvivere considerando il “sacrificio” come ordinaria amministrazione.

La guerra, qualche volta, ci faceva essere più buoni e più solidali.

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