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Posts Tagged ‘sofferenza’

Che bello! Sono già arrivato a 5.

Sembra proprio che questo libro riuscirà a nascere. Altro che la gravidanza di un elefante! Qui la gestazione è iniziata nel secolo scorso. Quindi fa doppiamente piacere rendersi conto che qualcosa nascerà.

SPERIAMO NON SIA UN MOSTRO!

Credo di poter avere fiducia.

Questo è quanto ho fatto scrivere sul 1° risvolto di copertina.

Leandro è un medico “diverso”. Aveva deciso fin da bambino di arrivare a fare il medico, ma non sapeva ancora che la medicina non è una scienza scientifica. Non sapeva ancora che siamo tutti diversi e che ognuno di noi ha una psiche che condiziona ogni funzione del nostro corpo… e del nostro cervello. Non sapeva neppure che ognuno di noi è dotato di uno straordinario cervellone, definito inconscio, che, oltre a condizionarci, ha una memoria straordinaria. Leandro ha cominciato a impararlo “per caso” qualche anno dopo la laurea, dopo aver conosciuto le potenti capacità farmacologiche degli anestetici e un po’ di chirurgia.
In questo libro, TUTTO VERO, Leandro accenna a qualcosa di sé e racconta di quello che può succedere se riusciamo a contattare quell’immenso contenitore di notizie che si chiama inconscio. Mette di fronte al lettore l’anima di chi ha conosciuto la sofferenza e ha deciso, per il proprio benessere, di studiare la propria storia.
Leandro, che ha conosciuto un po’ di sofferenza e, più volte come paziente, il letto d’ospedale, auspica una medicina meno tecnologica e più umana.

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Una commentatrice a noi ben conosciuta scrisse fra l’altro:” mi sforzo di apprezzare maggiormente il fatto che tutti i giorni scelgo l’abito da mettere…”.
Probabilmente aveva fatto riferimento alla “camiciola” che avevo menzionato nell’articolo.

IL NOSOCOMIO

Io non so come sia negli altri ospedali; mi riferisco ora a quell’ospedale luganese nel quale arrivai in una delle ore più piccole di una notte piuttosto fredda. Anch’io ero freddo quanto può essere freddo chi in quel momento farebbe meglio a collassare,  e, dopo i convenevoli della burocrazia, fui ammesso nelle stanze del “Pronto Soccorso” dove, qualche volta ti “prontamente soccorrono”.
Ero freddo e l’aria condizionata spinta verso il freddo mi assalì in modo inquietante. Mi fecero coricare coll’ordine di “lasciare” i miei vestiti e di indossare quella leggerissima oscena camiciola che ti fa sentire nudo e indifeso.
Per mia fortuna il freddo che aveva assalito il mio corpo non si era ancora impossessato delle mie circonvoluzioni cerebrali e riuscii a reagire evitando una prematura ibernazione.
Deve mettere la camiciola altrimenti il medico non può visitarla”. Fanno capolino le “volontà superiori”.
Riuscii a dire:”NO” in modo categorico.
Naturalmente, per quanto era necessario, il medico riuscì a visitarmi e fu anche possibile, dietro mia sollecitazione, approntare una terapia.

La terapia era infusoria ed io rimasi, per il momento, su quella branda coi miei vestiti, ma immerso nelle “brezze” di un’aria condizionata così spiacevole per cui dire “Ho freddo” è dir poco.
A questo punto la pietosa infermiera che aveva captato, nella sua benevolenza, il mio lamento, provvide mettendo sul mio corpo dolorante un’ammucchiata di lenzuola “bollenti” prelevate da un armadio riscaldato. Pensai subito alla possibilità di dover essere trasferito al reparto ustionati, ma dopo poco tempo mi accorsi che quell’”ammucchiata” che si era raffreddata aveva su di me solo l’effetto di pesare.

La sofferenza cessò quando fui trasferito su un letto nel reparto di degenza. Cominciai a sentire il mio corpo “caldo” dopo circa quattro ore, sempre coi miei vestiti sotto un bellissimo piumone in una stanza ben riscaldata.

Purtroppo non ero ancora guarito ma non stavo più viaggiando verso l’ibernazione.

Ora c’è da chiedersi:

• Gli “Addetti ai Lavori” sanno che una buona parte dei “visitatori” del Pronto Soccorso si trovano in condizioni che potremmo definire “debilitate” per cui soffrono maggiormente le temperature fredde?
• Gli “Addetti ai Lavori” sanno che, prima di far spogliare un sofferente è “utile” trovarsi in un ambiente caldo e confortevole?
• È utile che gli “Addetti ai Lavori” siano a proprio agio. Perchè deve trovarsi a disagio chi già arriva soffrendo?

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APPUNTI DI VIAGGIO 5

Esistono personaggi molto alti che portano scarpe con numerazione piuttosto alta e difficile da trovare.
Una di queste persone ha “smarrito” una scarpa.

Per capire se è della misura giusta, basta confrontarla col tavolino e le sedie sullo sfondo.

L’ho trovata vicino a quell’anatra… ve la ricordate?

 

SCARPA DIMENTICATA

 

A Rapperswil sul Lago di Zurigo.

Se qualcuno soffre per la presenza di intollerabili calli a causa di scarpe troppo strette, almeno per un piede questa potrebbe essere la soluzione.
Ditegli di contattarmi; andiamo a vedere se c’è ancora.

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Ero col mio nipotino, il più piccolo. Dopo una passeggiata sul Lungolago di Lugano, stavamo aspettando il Bus.

LUNGOLAGO DI LUGANO

Lui molto contento di essere col Nonno, ma ancor più contento di essere trasportato dal Bus (non Autobus!).

Ho cercato, durante la passeggiata, di insegnargli che bisogna attraversare sulle striscie pedonali e che, se c’è un semaforo, bisogna sempre attraversare quando è verde.
Purtroppo la maggior parte degli adulti di Lugano e circondario sono daltonici e attraversano senza rispettare il verde.

Da Wikipedia: Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell’inabilità a percepire i colori (del tutto o in parte). È un difetto di natura prevalentemente genetica. Tuttavia, può insorgere anche in seguito a danni agli occhi, ai nervi o al cervello e persino in seguito all’esposizione ad alcuni composti chimici.

Purtroppo la moltitudine di daltonici che ci circondano, per lo più adulti e di ceto anche medio-alto, rende difficile insegnare a un bimbo un principio di educazione molto importante.

E poi ci lamentiamo se, sul treno, mettono le scarpe sui sedili o se al ristorante all’aperto ci gettano il fumo di sigaretta nel piatto!

Mentre aspettavamo il Bus, comodamente seduti su una panchina, vicino ai nostri piedi “passeggiavano” in cerca di cibo un piccione e un passerotto.

PASSEROTTO

Il mio nipotino, nel considerare la grandezza dei due volatili, mi chiede se uno è il papà e l’altro il figlioletto.

Meravigliosa e simpaticissima constatazione!

Cercai naturalmente di spiegargli che non era proprio così ma che ogni volatile ha la sua taglia; che esistono uccelli molto piccoli e uccelli di grandi dimensioni.

È in quell momento che la mia memoria, purtroppo non più lucidissima mi porta sul Lago di Costanza nel piccolo giardino dei miei nonni dove mio Nonno su una sedia a sdraio e con le gambe accavallate metteva un “pizzico” di burro sulla punta della scarpa e aspettava l’uccellino che veniva a mangiare.

L’uccellino era una Cinciallegra, della grandezza di un passero.

CINCIALLEGRA

Ricordo la circospezione con la quale si avvicinava, mangiava il burro, e poi, soddisfatto volava via.
Non ero abituato a vedere uccellini così vicini a noi umani. Da noi, in Liguria si usava cacciare un certo tipo di volatili; ricordo con certezza la “gioia” del cacciatore che mostrava cardellini e lucarini morti. Non c’era molto da mangiare…
Oggi mi rattristo al pensiero di quei multicolori frutti del creato uccisi con spirito guerresco.
Eppure credo che, ancora oggi, in certe zone d’Italia, certi uccellini con la polenta sono una leccornia.

QUANTI PICCOLI "OSEI"!

Mi sembra una vera crudeltà per soddisfare certi palati sedicenti fini.

Comunque negli umani la “crudeltà” c’è molto sovente e alle volte “gratuita”.
Ricordo i miei coetanei cacciatori di lucertole! Con fili d’erba particolare riuscivano, producendo un cappio, a prendere la lucertola impiccandola. Non riesco a comprendere la “goduria” di certi comportamenti.

LUCERTOLA

Da parte mia, mi divertivo a dar loro lo zucchero. Sulla punta di una canna tagliata a “becco di flauto” si metteva un po’ di zucchero. Avvicinandosi lentamente alla lucertola colla punta della canna vicino alla testa, appena la lucertola percepiva la presenza dello zucchero, anzichè scappare, lo mangiava.

Quarchedundepegi

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Una persona a me molto vicina mi ha parlato di un bellissimo libro :

LA BAMBINA CHE SCRIVEVA SULLA SABBIA

COPERTINA DEL LIBRO IN QUESTIONE

Sarebbe il seguito di TRE TAZZE DI TÈ.

Non ho ancora letto i libri in questione. Mi ha colpito però il fatto che un uomo ha cambiato la propria vita e s’è messo a disposizione del prossimo per permettergli di andare a scuola e di imparare le cose più elementari.

Nel villaggio dove l’istruzione permise a una « scolara » di diventare ostetrica, non ci furono più decessi per mancanza di assistenza al parto.

Per noi l’istruzione è talmente ovvia per cui moltissimi bimbi vanno a scuola malvolentieri. Già quando andavo a scuola io, l’istruzione era un obbligo che faceva dimenticare il piacere di imparare.

Prima di ritornare a quei due libri, non posso fare a meno di ricordare gli anni in cui « dovevo » andare a scuola.
Per prima cosa è necessario puntualizzare quello che dicono i « Grandi ».

La chiamano SCUOLA DELL’OBBLIGO ; vuol dire che si DEVE andare a scuola, che si DEVE imparare e che si DEVE quindi frequentare. E tutto ciò che si DEVE suona di per sè molto male.

Senza parole

In certe latitudini la popolazione cerca di evitare tutto ciò che è obbligatorio.

Nei miei primissimi anni di scuola a dettar legge c’era un individuo di nome Benito e di cognome Mussolini. Andavamo a scuola dalle suore, le quali, oltre a garantire la moralità, seguivano gli intendimenti delle leggi e ci aiutavano ad essere dei buoni cristiani.
Innanzitutto era proibito parlare il dialetto. In secondo luogo, oltre ad imparare a leggere, scrivere e far di conto, ci insegnavano ad aver fede.
E ricordo molto bene come ci stimolavano ad aver fede. In che modo ?
Ve lo spiego cominciando col dirvi che questa scuola aveva un grande e bellissimo parco che dava direttamente sull’Aurelia (le auto che circolavano a quei tempi erano veramente poche). Attraversata l’Aurelia, oltre un sottopassaggio sotto la ferrovia, avevamo il mare e una bellissima spiaggia a disposizione. Da quella spiaggia dovevamo raccogliere delle pietre piuttosto grosse e portarle in un certo punto del parco. E fin qui tutto bene.

La scuola dove le suore stimolavano la nostra fede

Ciò che però è opinabile era la stimolazione della fede : »Se avrete fede quelle pietre potranno diventare pane ». Naturalmente cercavo con tutte le mie forze di avere fede ; tutti i giorni, o, per lo meno, molto sovente andavo a vedere se le pietre erano diventate commestibili…

Ho altri ricordi di me scolaro o, più tardi, studente. Quello che, in questo momento, maggiormente ricordo, e che mi permetterà di estrapolare una morale, risale ai tempi in cui frequentavo la quinta ginnasio.
La scuola era in un vecchio edificio e le classi erano al pianterreno. La scuola era mista e trovandosi al confine con un bel parco ricco di piante, era possibile che si infiltrasse nell’edificio un minuscolo topolino.
È facilmente immaginabile cosa avrebbe potuto succedere se, a un certo momento, questo animaletto fosse uscito dalla tana e avesse iniziato a gironzolare nella classe.
Accadde durante un intervallo. Le fanciulle mie compagne di scuola agitatissime strepitavano per vera o falsa paura e il topolino fu reso defunto (non ricordo assolutamente per mano di chi e in che modo).
Fin qui nulla di tragico dato che, con la morte del topolino, tutto avrebbe potuto ritornare nella massima tranquillità. La tragedia cominciò quando il sottoscritto, prese il topolino per la coda e lo sollevò dirigendosi verso la porta dell’aula dove le ragazze stavano per uscire dopo lo « scampato pericolo della belva ». In quel frangente, mentre varie voci femminili urlavano più o meno terrorizzate, entrò la vicepreside.

In questa costruzione era il Liceo Classico - Oggi sede di un Museo Navale

Non ricordo assolutamente quale fu il gran finale, posso solo dirvi che quella donna che si vide a pochi centimetri dalla faccia un topolino morto, dopo essere riuscita a non svenire, ritornò sui suoi passi e, per quel giorno, sparì dalla circolazione.

TOPOLINO

Quella donna, piccola e autoritaria, era anche la professoressa di italiano. Quella donna se la legò al dito e mi negò ogni tentativo atto a dimostrarmi studioso e diligente. Che fatica riuscire ad arrivare al primo liceo classico !

Ho dovuto fare il liceo classico perchè, fin da bambino, avevo deciso, chissà perchè,  di studiare medicina. Eppure non ci sono medici in famiglia!

Non sono mai andato a scuola volentieri e… anche se mi impegnavo mi sentivo sempre dire che mi mancavano le basi.

Queste basi, che sono state il mio incubo fino all’agognata maturità, chi doveva darmele ? o io bimbetto avrei dovuto andare a spasso con una lanterna alla Diogene con la scritta CERCO LE BASI ?

Diogene - Da Enjambement Poesia e Cultura

Gli insegnanti sono solo insegnanti o dovrebbero essere anche degli educatori ? Dovrebbero far amare la materia che insegnano ? Dovrebbero far risaltare i lati positivi di ciò che vanno pedestremente propinando ?


Nella mia infanzia, per la scuola,  ho sofferto veramente molto. Non ero cretino o ritardato. Eppure, in fin dei conti, facevo quella figura. Erano, le mie, sofferenze gratuite ?

Sia chiaro che sto scrivendo di quando ero scolaro. Non ho la possibilità di conoscere la reale situazione attuale.

Ci ritornerò perchè ho altri aneddoti da raccontare.

Voglio ritornare al libro che mi ha stimolato a scrivere questo Articoletto. Quanti giovani, in paesi meno sviluppati del nostro,  vogliono imparare !

Quanti giovani molto intelligenti, in paeselli lontani da tutto e da tutti, vogliono poter sviluppare il loro quoziente intellettivo e sono invece costretti a piccoli lavori con palese « sfruttamento ». ! È quanto accade anche nelle nazioni prese in considerazione da quei libri.

L’autore di questi libri va aiutato. La costruzione di scuole riduce, in certi paesi a rischio, la SOFFERENZA GRATUITA che i Governanti, miopi e non, prediligono.

 

 

 

Quarchedundepegi

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Da ormai 5 anni quasi esatti sono un umano bionico. Ad aiutare il mio cuore a “battere” è una macchinetta elettronica sofisticatissima detta PACE MAKER.
Proprio ieri, il giorno esatto non ha importanza, in occasione del solito controllo, il solito collega mi ha comunicato che il funzionamento del marchingegno lascia un po’ a desiderare per cui sarebbe necessario sostituire tutto.
Non voglio ora addentrarmi nei particolari ma, memore di quanto ebbi occasione di scrivere, la mia penna dovrà portarmi ad argomenti fatti di serenità. Gli argomenti fatti di serenità devono, ripeto devono, portarci al sorriso.
Anche se in questo preciso istante avrei tanta voglia di piangere, sono riuscito a trovare un argomento non solo sereno ma anche colorato: quel 5 bellissimo che è piaciuto tanto a Loretta.

MARCHIO DI QUALITÀ UNAPROA

Questo stupendo insieme di prodotti della natura è un marchio di qualità. Riguarda i prodotti ortofrutticoli.

In natura ci sono altri colori che possono aiutarci a star bene.

In natura i colori sono un’infinità.

La natura, in determinate situazioni ci mostra 7 colori.

I SETTE COLORI DELL’ARCOBALENO

Inoltre ci fornisce un’infinità di fiori con un’altrettanta infinità di lunghezze d’onda.

Oggi, guardando questo marchio vorrei sorridere con voi ricordando quando, bambino, alla periferia di Genova, in un piccolo appezzamento che produceva essenzialmente ortaggi, frutta e uva (che per buona parte diventava buon vino), andavo, solo o coi miei fratelli, a raccogliere o ritirare il necessario per l’uso familiare.

Non solo era piacevole rendersi utili alla famiglia; era molto bello raccogliere direttamente e mangiare: fragole, ravanelli, ciliegie, uva, fichi, ecc.

LA FOTO VI MOSTRA DELLE BRUTTISSIME CASE CHE HANNO FATTO SGOMBERARE GLi ORTAGGI

La componente sicuramente più interessante è che, ho visto come nascono gli asparagi, ho potuto mangiare degli ottimi fichi neri stando tranquillamente seduto su un ramo sapendo che i rami del fico sono molto “fragili” e, fra l’altro ancora, ho potuto godere il gusto dei ravanelli estratti direttamente dal terreno.

Non avevo riconosciuto la fortuna che mi stava baciando in fronte!

Avevo la possibilità di vivere la campagna e di “imparare” quello che la natura può darci con semplicità. Infatti allora era tutto abbastanza semplice, la plastica non era stata ancora inventata e, per gli OGM i tempi erano abbondantemente acerbi.

I bimbi di oggi potrebbero arrivare a pensare che frutta e verdura escano da una fabbrica dismessa dell’Italsider. In ogni caso raramente hanno visto una gallina e probabilmente è loro poco chiara la provenienza dell’uovo.

Ma la cosa più bella, veramente più più, è l’aver vissuto la gallina che cova un certo numero di uova e osservare il pulcino che esce dall’uovo. Per non parlare dei pulcini che seguono la chioccia o vanno a dormire sotto la chioccia stessa.

CHIOCCIA COI PULCINI

Qualche bimbo oggi ha visto una gallina; raramente l’ha toccata o addirittura ha, mi dispiace quasi dirlo, visto tirare il collo a una gallina. Eppure era così.

Oggi è tutto “industriale”… le galline sembrano generate dal “polistirolo”.

A questo punto bisognava fare qualcosa. E qualcosa è stato fatto.

Hanno inventato il prodotto BIO. Proprio quello che ci regala Madre Natura quasi incontaminato.

Ma allora era vero che “prima” mangiavamo del polistirolo sotto falso nome?

Ho inziato coi colori e sono finito nel polistirolo. Tornerò presto ai colori!

Vi invito a pensare: Se i prodotti Bio sono così cari, quello che mangiavamo prima era velenoso?

Ridiamoci sopra ma pensiamoci un attimo!

Quarchedundepegi

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Ricordate l’articoletto 8?

https://quarchedundepegi.wordpress.com/2010/05/13/articoletto-8/

Desidero farvi un po’ ridere o sorridere.

Esiste l’utilità, la necessità e l’inderogabilità a permettere a certi gas di fuoruscire dall’ultimo tratto dell’intestino?

GUAI SE TRATTENESSERO IL GAS SUPERFLUO!

L’UTILITÀ: Possiamo con sicurezza usare questo termine. Se si permette ai gas la libera uscita, il proprietario di quell’apparato intestinale si ritrova sensibilmente alleggerito.

LA NECESSITÀ: Non sempre c’è necessità nel vero senso della parola. Alle volte si può procrastinare soprattutto se si ha la certezza che il momento non è propizio per l’olfatto o per l’udito.

L’INDEROGABILITÀ: Aspettare o costringere l’”astinenza” può essere fonte di sofferenze crampiformi che potranno protrarsi nel tempo. In questi casi ognuno instaurerà la propria abilità per nascondere effetti olfattivi o uditivi ai vicini.

E fin qui, pochissimi avranno il coraggio di nasconderlo, è la vita di tutti i giorni.
E quasi tutti riescono a “nascondere” questa fisiologica realtà.

Pensate un po’ cosa succederebbe se questi gas, oltre a produrre reazioni uditive e olfattive, producessero reazioni ottiche.

QUANTI COLORI!

Se cioè i gas liberati avessero il colore dell’alimento introdotto, o ognuno avesse il suo colore quasi come se fosse il Codice Fiscale.

Chi ha mangiato fragole o carne al sangue: ROSSO.
Chi ha mangiato albicocche: ARANCIONE,
E così via.

Non si può più nascondere nulla.

ADDIO PRIVACY

CHE SOFFERENZA!

QUARCHEDUNDEPEGI

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Sto ascoltando una musica meravigliosa di Saint-Saëns…

Mentre la musica fluisce in me mi sovviene quanto avevo purtroppo dimenticato; e come quasi sempre è il mio fantastico nipotino a ricordarmelo.

Camille Saint-Saëns

Non aveva ancora compiuto l’anno. Era in casa nostra ed ebbi l’idea di mettere un disco di musica classica. Quella musica che i “normali” giovani d’oggi non apprezzano e considerano noiosa. Solo noi “matusa” possiamo ascoltarla e capirla.

Fu un momento fantastico. Questo bimbo, seduto per terra, stette fermissimo ad ascoltare per molto tempo.

Lo vidi rapito da quelle note… quasi le avesse già sentite e apprezzate.

Questo nipotino ascoltava la musica, non solo come se la avesse già sentita, ma, potremmo dire, da intenditore.
Credo fosse una sinfonia di Beethoven!

Cos’è la musica se non un potentissimo veicolo di serenità?.. anche se legata a sofferenza?
Mi spiego meglio.

Qualche anno fa, dopo una recidiva del mio cancretto mi trovai, mio malgrado, con un ago nella vena a dover accettare l’invasione di un liquido apparentemente benefico, in realtà distruttore di cellule cattive e cellule buone. Per alleviare quelle ore durante le quali quel “liquido” aggrediva il mio organismo e produceva dolore al braccio, ascoltavo, con un Ipod che mi aveva regalato mio figlio, musica classica. Ricordo perfettamente, in particolare “MOLDAVA” di Smetana. Musica stupenda che fluiva delicatamente e magicamente in me come un fiume.

MOLDAVA - IL FIUME DI PRAGA

FIUME MOLDAVA

Esiste molta musica classica decisamente entusiasmante. Quella di Smetana mi aveva rapito e continuai ad ascoltarla durante quei momenti particolari.
Non si deve dimenticare che “quei momenti particolari” sono collegati a una malattia piuttosto subdola. Non sai mai se sei guarito.

Inoltre gli oncologi cercano con tutte le loro forze di prolungarti la vita, non il vivere.

Torniamo alla musica.
Abbiamo visto e letto che in Venezuela la musica è straordinariamente importante.

IL MAESTRO CLAUDIO ABBADO

Ecco cosa ci dice il grande Direttore d’orchestra Claudio ABBADO:
Il mio soggiorno in Venezuela, dove la musica ha una valenza sociale enorme, e dove sono nate centinaia di orchestre giovanili, mi ha riconfermato che la musica salva davvero i ragazzi dalla criminalità, dalla prostituzione e dalla droga. Li ho visti, facendo musica insieme trovano se stessi.

Come eravamo contenti quando, ancora adolescenti, potevamo andare, alla domenica pomeriggio, all’Opera, al Teatro Carlo Felice raffazzonato dopo la distruzione totale dell’ultima guerra!

Ricordo perfettamente i posti. Era poco più di una panca su cui era messo un cuscino piuttosto piatto. Era la musica ciò che interessava gli ascoltatori. Non c’era il “mondo in” che andava per farsi vedere ma difficilmente capiva la bellezza di un’opera. C’era il popolo, quello vero, quello amante della musica, quello che ascolta la musica col cuore e, di fronte a determinate note, sente un “brivido” indefinibile inebriare ogni cellula dalla radice dei capelli fino alla punta dei piedi.
Non è un inebriarsi come dopo una “canna” o una dose di una qualsivoglia droga; è un inebriarsi che stimola dal profondo sentimenti forse sopiti dalla cosiddetta civilizzazione.

IL TEATRO CARLO FELICE DISTRUTTO DALLA GUERRA

Tutto ciò che arriva dall’esterno (fumato, inalato o iniettato) “mette a tacere” una parte dei nostri sentimenti e ci costringe a quel che non siamo.

IL TEATRO CARLO FELICE RICOSTRUITO

La musica arriva in noi dall’esterno e risveglia la musica che è in noi nonché la spiritualità soffocata.
Rileggere le parole del Maestro Abbado ci obbliga a pensare.

CHE BELLO ASCOLTARE MUSICA!

SE POI CON UNA GRANDE ORCHESTRA… NON CI SONO PAROLE!

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ARTICOLETTO 4

Sono sempre i nipotini a stimolare i miei ricordi e i miei articoletti.
Questi due affettuosi e simpaticoni, durante uno spostamento in auto, sentono la sirena di un’ambulanza.
Cosa c’è di più bello che mimare il suono di una sirena? Questi simpatici bimbetti, all’unisono lo mimano allegramente.. Nell’abitacolo di un’automobile potrebbe essere fastidioso per chiunque. Non per due Nonni che gioiscono nel sentire la fresca gioventù.

Dopo svariati minuti smettono di “gridare la sirena”. Nella mia mente si fa largo il ricordo di un episodio al tempo stesso tragico e simpaticissimo.

Dovete sapere che io sono, si fa per dire, “figlio di Mussolini”. Sono nato negli anni in cui, sempre si fa per dire, “si facevano i figli per la patria”. Ho quindi vissuto la Seconda Guerra Mondiale con tutti i suoi disagi, le sue pene e forse qualche pregio. Coll’animo però di un bimbo innocente che non può capire un modo di vivere differente.

MULTEDO DAL MARE

Quando suonava la sirena (che per noi era l’allarme), di giorno o di notte non importa, bisognava correre nel rifugio e aspettare la fine del bombardamento.

Il rifugio della casa in cui sono nato era semplicemente nelle cantine dell’abitazione. Ricordo dei robusti tronchi di legno, dal pavimento al soffitto. Avevano la funzione di evitare il crollo totale qualora una bomba avesse raggiunto la nostra casa. Non era una casa unifamiliare. C’erano circa 10 appartamenti e, quando suonava l’allarme, gli abitanti di tutta la casa si ritrovavano nella cantina-rifugio. Naturalmente quelli dei piani alti dovevano scendere un numero di rampe maggiore. Non ricordo se nel palazzo c’era un ascensore. Probabilmente sì. Certo che, in simili frangenti, nessuno si sognava di prendere l’ascensore! Sarebbe stato troppo pericoloso.

C’era però la solidarietà.


Quelli dei piani più alti, quando scendevano, passavano davanti alla porta dei condomini abitanti più in basso, bussavano energicamente alla porta comunicando l’attualità dell’allarme. Non c’era tempo da perdere! La discesa dai piani alti era concitata. Bisognava raggiungere velocemente il rifugio. Nessuno poteva sapere se era un allarme aereo o navale, ed era impossibile sapere quando sarebbe iniziato il bombardamento… se non era già in atto.

Una volta raggiunto il rifugio, che, come detto, era la cantina della casa “rinforzata”, si rimaneva seduti, con le orecchie tese, guardando nel vuoto nell’attesa della fine del bombardamento con la trepidante speranza di non essere colpiti.

Non ricordo se si rimaneva in silenzio o se c’erano discussioni o scambi di opinioni. Si stava seduti su delle panche e venivano dimenticati gli screzi che potevano esserci normalmente fra condomini.

L’allarme poteva suonare indifferentemente di giorno o di notte. L’allarme notturno era il più brutto.
Dal punto di vista metereologico, ricordo però che si preferivano le serate e le nottate con nuvole o pioggia. Nelle notti serene o con poche nuvole era più facile subire gli attacchi aerei delle Fortezze Volanti, così si chiamavano gli aerei che venivano a bombardare le città. Arrivavano in stormi che ricordo come “assordanti” e cioè tragicamente spiacevoli. Era un rumore fatto di morte.

FORTEZZE VOLANTI - DA AEREIMILITARI.org

Si viveva un’atmosfera carica di tensione. Alla sera ci si interrogava e ci si chiedeva se la notte sarebbe trascorsa tranquilla o con la necessità di dover precipitosamente scendere in rifugio. Io avevo circa 6 anni. Avevo un fratello maggiore di me e uno dell’età di 3 anni. Dormivamo nella stessa stanza. Non ricordo bene la piantina dell’appartamento. Ricordo però che dormivamo tutti nella stessa stanza. Si sa, le stanze di quei tempi erano molto più spaziose di quelle attuali.

La nostra vita era quella di tre bambini abituati alla guerra. La guerra faceva parte della normalità e, faceva parte della normalità sentire la stridula sirena dell’allarme.

Nello stesso modo come i miei nipotini si sono divertiti a imitare la sirena dell’ambulanza senza giustamente interrogarsi sul significato della stessa nonchè sul possibile significato di “sofferenza” evocato dalla sirena, noi tre piccoletti e sicuramente simpaticoni, una bella sera, quando già eravamo a letto ma ancora non avevano spento la luce della nostra stanza, intonammo all’unisono l’imitazione della sirena. Non considerammo assolutamente le possibili conseguenze.

L’imitazione e il volume si dimostrarono così significativi per cui, qualche minuto dopo si sentì il concitato bussare alla porta di casa col grido:”È l’allarme” degli inquilini del piano di sopra. Stavano scendendo precipitosamente le scale e, colla solidarietà “di allora” avvertivano chi avrebbe potuto, già addormentato, non aver sentito la sirena.

I miei genitori si precipitarono a tranquillizzare i vicini comunicando gli autori del misfatto. Noi fummo zittiti probabilmente con un pizzico di violenza. Non ricordo con precisione la reazione dei miei genitori. A quei tempi, verso i bambini non c’era la permissività oggi imperante. Era inoltre difficile “viziare” un bimbo. Infatti, all’inizio dell’articoletto, quando mi permisi di menzionare, relativamente alla Guerra, l’esistenza di “qualche pregio” intendevo la capacità di sopravvivere considerando il “sacrificio” come ordinaria amministrazione.

La guerra, qualche volta, ci faceva essere più buoni e più solidali.

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SOTTOLINEARE 4

Ho comprato un bilancino da cucina. C’era scritto Made in P.R.C.
Un bilancino che sembrerebbe di produzione tedesca.
Vado per curiosità a vedere cosa significa P.R.C. e scopro trattarsi nientepopodimeno che di, certo lo sapevate già, REPUBBLICA POPOLARE CINESE.
Nulla di tragico. Però, non sopportando l’ipocrisia di certi imprenditori, avendo deciso di non acquistare più prodotti MADE IN CHINA, mi sono accorto di esserci cascato.
Mi hanno fregato alla grande!

Per fotografare questo bellissimo uccello "a reazione" non ho dovuto andare fino in Cina

Quanti poveri cinesi sono obbligati a soffrire, mentre noi “occidentali” ci riempiamo le tasche in nome dell’ingordigia globalizzata.
Forse va bene anche ai cinesi. A tutti o solo ai capi?

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